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Cinema

La serenissima letteraria

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Leone d’Oro al goethiano Faust del russo Sokurov

Il Leone d’Oro al Faust di Aleksandr Sokurov, alla 68esima kermesse veneziana, ha messo d’accordo tutti. Il cineasta russo gioca sul mito goethiano, senza dimenticare gli altri autori che hanno sfruttato lo stesso mito per i loro capolavori: una su tutte la monumentale opera lirica di Richard Wagner, personaggio che nel film è immaginato come allievo del dottor Faust e i cui richiami musicali sono parte integrante della pellicola. Sin dal primo impatto, il film risulta un’opera estetica e filosofica, non contempla, infatti, nessuna sensazione “di pancia”, rappresentando il punto di forza di un lavoro molto raffinato ma anche il suo limite. Aiutato dall’ottima collaborazione del direttore della fotografia Bruno Delbonnel, il cineasta russo privilegia i colori polverosi, i grigi, le nuances della terra, a voler sottolineare gli aspetti più sordidi e sudici della storia. Mefisto, rappresentato come un usuraio sporco, puzzolente, nei panni di un satiro, con i genitali al posto della coda, risultando grottesco, non ha nulla del fascino seduttivo del male, a favore, invece, del lato torbido insito nell’inganno. Eppure Faust viene circuito dall’inganno ma non vi resterà intrappolato per sempre. Il film comincia con la domanda sull’anima, se essa sia racchiusa nel cuore, nella mente o addirittura nei piedi. La sete di conoscenza del protagonista, partendo da interrogativi esistenziali e filosofici, via via si avvicina sempre più al desiderio propriamente detto, superando l’esperienza intellettiva per abbracciare quella dei sensi.

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Il mito del selvaggio - Wilde Salomè di Al Pacino

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Al Pacino, nella sua terza opera da regista, Wilde Salomè - alla 68esima kermesse veneziana Fuori Concorso - di passione e follia ci inebria, sostenuto anche dal mirabile testo di Oscar Wilde. Sin dai titoli di testa, si sente che la passione pura è il film stesso: la parola “Wild” compare sullo schermo con la “e” che si aggiunge un attimo dopo, richiamando subito alla mente dello spettatore il concetto di selvaggio. Questo non è un lavoro lineare, perché non è la trasposizione cinematografica della pièce dello scrittore inglese ma è un originale viaggio nel teatro, che il talentuoso attore italo-americano compie con grande capacità. È la storia di un’ispirazione senza un progetto chiaro, poiché parte da una visione, come ha affermato lui stesso in conferenza stampa. Il film rivela qualcosa di Al Pacino-attore e del suo modo di affrontare i ruoli sia a teatro che al cinema. Egli è un interprete che si avvicina all’autore di un testo in modo profondo, sacrale e desidera regalare al pubblico le scoperte fatte. È proprio questa partecipazione e questa simbiosi così studiata e ricercata che fanno della pellicola un lavoro di assoluta generosità e originalità. Sgorgano e trasudano da tutto il film l’amore per il teatro e il fuoco selvaggio dei sentimenti. La mano del regista gioca su tre piani: il dietro le quinte di una lettura teatrale di Salomè, la ripresa cinematografica di quella lettura ed il viaggio a Londra-Dublino, per toccare da vicino il mondo e le testimonianze più dirette del pensiero di Wilde. Gli ingredienti sono ben assortiti e Pacino dribbla tra battute fulminanti e momenti di poesia, il cui ritmo esilarante ti incolla allo schermo. L’interpretazione del tetrarca, che teme il profeta Jokanann ma ne é affascinato, è degna del grande interprete di Scarface.
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The Ides of March di George Clooney

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The Ides of March di George Clooney – un ponte tra passato, presente e futuro (?)

Nel ricordo del teatro di prosa più classico, The Ides of March di George Clooney, tratto da una pièce di Beau Willimon, ha aperto la 68esima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia. È un ottimo lavoro da regista con un cast di livello. Ryan Gosling è il giovane idealista Stephen costretto a tirar fuori le unghie in un ambiente di pescecani, quale è quello della politica. Il titolo rimanda chiaramente alla storia di Roma e alla tragedia di Shakespeare, che alla prima s’ispira, ma le trentatré pugnalate non sono inferte sul solo Cesare, suddividendosi tra i vari personaggi: tutti sedotti e seduttori, arrivisti e usati, potenti e anelanti al potere. Lo stesso Clooney, in conferenza stampa, lancia una provocazione allo spettatore, esortandolo a decidere da sé come identificare i personaggi del suo film con quelli della tragedia shakespeariana. È un lungometraggio sulla politica, il suo, intesa in senso ampio, che trascende luoghi, epoche, culture. La differenza tra la pellicola e il fatto storico, tuttavia, sta proprio nel fatto che nessuno dei personaggi può richiamare alla mente Giulio Cesare e in tutti coesistono, invece, sia Bruto che Antonio. 

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Carnage e il massacro dell’anima

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Carnage, del maestro Roman Polanski, pellicola Fuori Concorso alla 68esima, è un massacro ritmato da un gioco d‘inquadrature e un montaggio agile e tutto d’un fiato. Soli 79 minuti per raccontare l’incontro-scontro tra due coppie borghesi di Brooklyn, che tentano di sanare le scaramucce dei rispettivi figli undicenni con improbabile capacità. Nell’aristotelico rispetto teatrale di unità di tempo, di luogo e d’azione, la pellicola, tratta dalla pièce di Yasmina Reza, non fa rimpiangere le tavole dello stage, pur correndone il forte rischio. Aiutata dalle peculiarità della macchina da presa, che meglio indaga le sfumature espressive degli attori con l’uso sapiente del primo e primissimo piano e con il gioco di montaggio, la storia trasmette una claustrofobia sconcertante, un massacro psicologico, dove l’assenza di sangue rende paradossalmente meglio l’idea.

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Vergogna! – Shame di Steve McQueen

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Shame di Steve McQueen, in concorso a Venezia 2011, è una pellicola durissima che indaga i sentimenti e le pulsioni più torbide e scabrose, di cui ci si vergogna, analizzate attraverso uno dei rapporti più difficili da costruire, gestire e indagare, quello tra fratello e sorella. Michael Fassbender, al massimo della sua prova d’attore - tanto da aggiudicarsi a pieni meriti la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile - affronta un personaggio, Brandon, diviso in una sorta di schizofrenia congenita tra successo nel lavoro e discesa agli inferi della sua anima. Sissy-Carey Mulligan, sorella di Brandon, invece, è una ragazza senza un lavoro vero e con velleità di cantante. Lei, balorda, randagia e fragile, proprio come Holly di Colazione da Tiffany, si aggrappa al rapporto col fratello, il quale, al contrario, fa di tutto per respingerla. Il regista si serve di un occhio filmico oggettivo e tutto votato al presente, non scade mai, infatti, nella banalità giustificatrice della ricerca dei traumi violenti da cui ha origine un simile comportamento, anche se ce li fa sottendere. Così facendo, dunque, emerge meglio la solitudine profonda e l’impossibilità di relazione con gli altri dei due protagonisti, se non attraverso il diaframma di un sesso malato. Brandon adora sua sorella Sissy – un nome non casuale se si pensa che per ogni fratello la sorella è sempre la principessa di casa – ma fa di tutto per tenerla lontana. Quello tra i due è un rapporto difficile, geloso, esplosivo, pieno di vergogna – “potresti chiudere la porta” rimprovera il giovane a Sissy mentre, rientrando a casa e non sapendo di trovarla lì, la vede uscire nuda dalla doccia - ma sta lì. Egli teme la sua devozione e dedizione per la sorella, perché sa che è uno dei pochi legami immutabili della vita di un uomo e lui ha paura di legarsi. Ne é prova tangibile la sua vita sessuale, da cui Brandon non riesce a trarre soddisfazione se non da un sesso estraneo, compulsivo, pornografico o pagato.
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