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W. E. di Madonna - una favola pericolosa

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W. E. è il secondo lavoro da filmmaker di Madonna, presentato alla 68esima, nella sezione Fuori Concorso, con due donne protagoniste della pellicola: Wallis Simpson-Andrea Riseborough - moglie di Edward VIII, Prince of Wales - e Wally-Abbie Cornish, una giovane borghese americana degli anni ‘90. Due donne: una in carne ed ossa, l’altra riportata in vita dalla prima, grazie ad un contatto immaginifico con lei a suon di dissolvenze. Stesse iniziali per due donne lontane per collocazione storico-temporale e per rango. È un rapporto immaginato e morboso quello tra la giovane Wally e Wallis - l’americana pluridivorziata, alla quale la ragazza deve il suo nome e che nel ‘36 conquistò il cuore di Edoardo Windsor, inducendolo a rinunciare al trono d’Inghilterra, per amor suo, dopo un solo anno di regno.

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La cinquantenne pop star ci racconta una storia tutta al femminile, giocata con movimenti di macchina sinuosi ed eleganti, patinati e “viscontiani”, per accompagnare un dramma complesso nella sua costruzione. Ogni dettaglio è bello, grazie alla fotografia di Pierre Morel, ma rischia di abbellire tutto senza sottolineare nulla. Vi si respira un’aria retrò e contemporanea, al tempo stesso. Due donne vittime di amori violenti: l’una, riscattata dall’immenso amore regale ricevuto, dalla conquista dello stesso - il cui tributo va alla sua intelligenza, intraprendenza e al suo fascino - l’altra, vittima di un ideale, innamorata dell’amore e della favola, una bimba usata e abusata per tutto il film, che troverà solo alla fine il nocciolo della sua esistenza e la forza di camminare con le proprie gambe. Edoardo VIII sfida il mondo, le leggi, la morale, la Costituzione, per amore di una donna come tante ma speciale per il suo cuore. Un amore ossessivo che intrappola entrambi. Stretto tra due fuochi, il Re sceglie Wallis, forte, ironica, simpatica ed estremamente chic, senza la quale egli non si reputerebbe un buon sovrano. Eppure non è mai oro tutto ciò che luccica e nessuno vede che Wallis ha rinunciato al rispetto e alla libertà, per amore di Edoardo. Wally, invece, si abbevera di tanto amore trasognato, per colmare l’aridità di una relazione spinosa e fragilissima, con un uomo agli antipodi della sua struggente sensibilità. Uno “strizzacervelli” famoso ma misero, fedifrago, violento, nelle cui mani la ragazza sognatrice non riesce ad esprimersi come donna, a partire dalla maternità negatale e dall’incapacità sessuale di lui, ubriaco della propria prepotenza. Ben gli stà, allora, se per comprare all’asta un paio di guanti di Wallis Simpson, la giovane scala dal suo conto in banca diecimila dollari. Peccato che sia l’ennesimo surrogato di una felicità solo immaginata. Wally, imbevuta di fantasticheria per tutto il film, riuscirà solo alla fine a ridimensionare la favola, scoprendo nelle lettere di Wallis, custodite da Mohamed Al Fayed, le ombre nascoste dal mito e dalla fiaba, la notte di un amore esiliato, sporcato e involuto in se stesso. Ormai libera della micragnosità del consorte, grazie all’occhio vigile e protettivo di qualcuno finalmente in sintonia con lei, con le parole “I’m pregnent”, Wally vince su un sogno, a differenza sua, sterile e un po’polveroso. Non è un caso che questa storia sia stata raccontata da Madonna, quasi a voler regalare al mondo femminile quell’apoteosi del sogno inseguito e mancato; un universo, quello delle donne, che costruisce con forza e coraggio, a fatica, la propria isola felice. Deliziose sono le scene tra le due donne a confronto, dove Wallis predomina sulla docile, bellissima Wally, fin quando, nel loro ultimo incontro immaginifico, si congedano l’un l’altra sulla panchina di un parco con un colloquio alla pari e in campo neutro. La ragazza, restituendo a Wallis i guanti tanto pagati all’asta, finalmente, con la maturità conquistata è pronta ad aprirsi alla vita, portandola addirittura in grembo.

Margherita Lamesta

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Days of heaven, del maestro Terrence Malick – Palma d’Oro a Cannes 2011 per The tree of life – è anche la prima prova da protagonista del divo Richard Gere, che per il ruolo di Bill, si aggiudicò il David di Donatello per il miglior attore straniero, nel 1979. Il film annovera tra le sue perle, il premio per la Miglior regia a Cannes 1979, oltre all’Oscar al dp Nestor Almendros e a due Nomination agli Oscar per Ennio Morricone e Sam Shepard. Il perfezionismo del maestro balza subito agli occhi: ben 5 mesi di provini e tre anni di postproduzione. Gere entra nel progetto filmico a 26 anni per uscirne a 29. Molto più di una gestazione, dunque, questa pellicola dal sapore biblico ci piace ricordarla con le parole del gentiluomo zen: “…sembra una parabola religiosa e Terry ingaggiò una seconda unità che si doveva occupare soltanto delle scene riguardanti la natura girate per lo più nel West, in Canada e negli USA. La natura è quello che è e non ha rimpianti. Il vento e la pioggia, le forze brute della natura sono incontrollabili come noi e la nostra forza interiore e l’intelligenza umana non è nè peggiore nè migliore di una roccia. Terry dà molto spazio alla natura, tant’è che dopo il montaggio molto dialogo era sparito e io mi arrabbiai molto con lui, fino a rendermi conto di dover rinunciare alla fine perchè lui voleva così…”.

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