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Il mito del selvaggio - Wilde Salomè di Al Pacino

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Al Pacino, nella sua terza opera da regista, Wilde Salomè - alla 68esima kermesse veneziana Fuori Concorso - di passione e follia ci inebria, sostenuto anche dal mirabile testo di Oscar Wilde. Sin dai titoli di testa, si sente che la passione pura è il film stesso: la parola “Wild” compare sullo schermo con la “e” che si aggiunge un attimo dopo, richiamando subito alla mente dello spettatore il concetto di selvaggio. Questo non è un lavoro lineare, perché non è la trasposizione cinematografica della pièce dello scrittore inglese ma è un originale viaggio nel teatro, che il talentuoso attore italo-americano compie con grande capacità. È la storia di un’ispirazione senza un progetto chiaro, poiché parte da una visione, come ha affermato lui stesso in conferenza stampa. Il film rivela qualcosa di Al Pacino-attore e del suo modo di affrontare i ruoli sia a teatro che al cinema. Egli è un interprete che si avvicina all’autore di un testo in modo profondo, sacrale e desidera regalare al pubblico le scoperte fatte. È proprio questa partecipazione e questa simbiosi così studiata e ricercata che fanno della pellicola un lavoro di assoluta generosità e originalità. Sgorgano e trasudano da tutto il film l’amore per il teatro e il fuoco selvaggio dei sentimenti. La mano del regista gioca su tre piani: il dietro le quinte di una lettura teatrale di Salomè, la ripresa cinematografica di quella lettura ed il viaggio a Londra-Dublino, per toccare da vicino il mondo e le testimonianze più dirette del pensiero di Wilde. Gli ingredienti sono ben assortiti e Pacino dribbla tra battute fulminanti e momenti di poesia, il cui ritmo esilarante ti incolla allo schermo. L’interpretazione del tetrarca, che teme il profeta Jokanann ma ne é affascinato, è degna del grande interprete di Scarface.

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Al suo fianco Salomè-Jessica Chastain riempie la scena con una sensualità ingenua, una follia e una bravura, come poche volte si riesce a sentire in un’attrice che interpreta quel ruolo. Certamente il monologo finale della figliastra di Erode, mentre affonda la sua lucida pazzia nel sangue, è recitato così bene da offrire su un piatto d’argento il vero motivo per poter sentenziare la battuta: “Uccidete quella donna!”. E ciò accade, va sottolineato, a soli pochi minuti dall’esplosione ormonale provocata, nell’anziano governatore, dalla conturbante danza della giovane vergine. Erode è disposto a tutto pur di compiacerla e mantiene fede ad un giuramento, che faceva orrore addirittura ad un uomo sanguinario come lui e a cui egli stesso non vuole credere, infatti. In sintesi, questo è davvero un film a tutto tondo, per originalità e bravura e sarebbe stato il mio Leone d’Oro.

Margherita Lamesta

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La mostra dell’agenzia fotografica tedesca

 

Nella primavera del 1990 sette fotografi di Berlino est sono seduti a un tavolo del Café du marché a Parigi, il Muro è caduto da poco e, nella Germania ancora divisa, nessuno sa ancora immaginare l’evolversi degli eventi. su invito di Mitterrand per partecipare a una mostra che riunisce i maggiori artisti della DDR; tra loro Sibylle Bergemann, Harald Hauswald, Ute Mahler e Werner Mahler. In mente hanno l’esempio della Magnum Photos, di cui conoscono alcuni membri, e ora, tutti riuniti a Parigi, decidono di fondare una propria agenzia. La chiamano Ostkreuz, usando il nome di una stazione della ferrovia metropolitana che collega la parte est di Berlino con l’intera città, un modo per connotare la loro attività che, partendo da est, possono finalmente svolgere in tutte le direzioni. Gli spazi espositivi del Museo settembre 2017, OSTKREUZ. La mostra dell’agenzia fotografica tedesca 250 fotografie di 22 fotografi, dai lavori fino ai giorni nostri. La mostra è promossa da Crescita culturale - Sovrintendenza di Zètema Progetto Cultura

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