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La finzione vince sulla realtà. “Sunset Boulevard” di William Wyler (1950) – Venezia Classici Restaurati -2012

Sunset Boulevard e Mulholland Drive, due famose strade di Hollywood, la fabbrica dei sogni, sono anche i titoli di due film di culto dentro i quali si racchiude mezzo secolo di storia del cinema. Due grandi maestri, Wilder e Lynch, per due perle emblematiche del mondo cinematografico per eccellenza. Altalene tra forza creativa e forza distruttiva, ripropongono un modo d’essere cinema puro, trasfigurando la rappresentazione in sogno, delirio, silenzio. Entrambe riproducono con modalità diverse la dinamica della passione e del desiderio, che può spingere un individuo fino ad una condizione patologica, per sfociare nell’atto estremo della soppressione della vita. Quello di Wilder è un lungo flashback raccontato dal morto, Joe-William Holden, mentre Lynch affida al sogno la sua pellicola per ben due terzi. Entrambe sono situazioni la cui natura distorta ed immaginifica è dichiarata subito e costantemente portata avanti.

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“I cancelli del cielo” di Michael Cimino. Premio Persol – Venezia 2012

Premiato a Venezia con trentatré anni di ritardo, il film passato alla storia come il grande flop, Heaven’s gate, di Michael Cimino, è un ritratto ricco e appassionato, lucido e coinvolgente del “sogno americano”. Nella sezione Classici Restaurati, al Lido è stata proiettata la versione di 219 minuti, a cui ha assistito lo stesso cineasta, insignito del Premio Persol, per l’occasione.

“E’ un tardivo ma doveroso risarcimento alla grandezza di un cineasta visionario, una delle voci più intense e originali del cinema americano degli ultimi quarant’anni, progressivamente ridotto al silenzio dopo l’insuccesso commerciale di un capolavoro, al quale contribuirono gli stessi produttori con tagli insensati” – sono state le parole pronunciate dal Prof Barbera, direttore della Mostra, in occasione della consegna del premio.

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Dalla Puglia con am(fur)ore e notizie dal cinema d’oggi e di ieri. 6° Festival Internazionale del Film di Roma

Parafrasando il grande Bond, James Bond, il festival capitolino ha regalato al pubblico alcuni eventi degni di nota. Che la Puglia sia diventata, negli ultimi anni, un’appetibile location cinematografica non solo per gli autoctoni è un fatto. Sarà la luce speciale di cui questa regione si fregia, una sorta di Hollywood all’italiana – Hollywood stessa nacque per ridurre i costi dovuti al clima buio di New York, grazie allo sfruttamento maggiore della luce naturale. O sarà perché di talenti al di qua e al di là della macchina da presa, questa regione sta dimostrando di averne in quantità. Sta di fatto che, in una gara di generosità, due attori pugliesi, Riccardo Scamarcio e Sergio Rubini, hanno conversato con un pubblico numeroso e attento, con serenità e schiettezza. Indimenticabile è stato per Sergio Rubini l’incontro con il maestro Federico Fellini, che lo scelse per il suo film L’Intervista, nel 1987, solo perché era convinto che non fosse un attore e perché il suo cognome coincideva con quello inventato per il suo personaggio…..quando si dice il destino….

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Le avventure di Tin Tin – Il segreto dell'Unicorno. Meno avvincente del dr. Indiana Jones

85 milioni di dollari per un film che sembrerebbe una specie di salto nel buio. Le avventure del giornalista Tin Tin, iniziate più di ottant’anni fa, sono state fonte di ispirazione per le generazioni che hanno conosciuto la grande crisi del 1929 e il dramma della Seconda Guerra Mondiale. 200 milioni di copie vendute e traduzioni in 70 paesi, la materia era difficile e il ricordo del fumetto troppo radicato per accettarne la trasformazione in 3D. Inoltre, Spielberg per assicurarsi il risultato mette troppa carne al fuoco, fondendo tre albi a fumetti - Il granchio d’oro, Il segreto dell’Unicorno e Il tesoro di Rackham il rosso – il risultato, tuttavia, a tratti divertente ed elegante, non coinvolge del tutto. Il Nostro protagonista viene subito messo in ombra dallo spirito eroico del capitano di vascello Haddock, dedito al whisky ma unica persona in grado di risolvere l’enigma del Unicorno d’oro.

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La Kryptonite nella borsa e il suo Superman all’italiana

Napoli 1973: iniziazione alla vita del bimbo Peppino, stordito dalla storture del mondo degli adulti. Gli zii – Capotondi, De Rienzo - preoccupati solo di cogliere lo spirito del tempo in modo pericoloso e superficiale; la madre – Golino, depressa perché tradita dal marito, che cerca di consolarsi accettando le attenzioni del suo psicanalista – Gifuni; Il padre – Zingaretti, diviso tra il ruolo del marito, del padre, dell’amante extraconiugale. Uno spaccato poco profondo di una società anche bigotta e ingenua di chi non vive appieno lo spirito di trasformazione di un’epoca perché non ne ha ancora sviluppato gli strumenti.

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Page eight. Un dossier che scotta

David Hare torna alla regia dopo una lunga assenza con una spy-story: Page eight. Pellicola non in concorso ma presentata alla kermesse cinematografica romana nella sezione Occhio sul mondo-Focus UK. È un distillato della migliore tradizione cinematografica inglese, al lavoro via cavo – perché il film è realizzato per la tv inglese ed è prodotto dalla BBC, infatti. Hare torna, in grande stile, ancora una volta sul tema del dramma privato che si fonde con quello pubblico e politico sanciti dal segreto che li unisce, confezionando un prodotto dalle tematiche moderne ma dal fascino retrò. Sulle note jazzistiche, che accompagnano un gusto artistico altrettanto raffinato, la macchina da presa si concentra fissa sui volti di Bill Nighy, al tempo stesso austero e romantico, e della persuasiva Rachel Weisz, che cela dietro i suoi lineamenti da fiaba una grandissima determinazione, volta a scoprire la verità.

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My week with Marylin. Sir Olivier stregato dalla diva delle dive

La pellicola d’esordio del cinquantunenne londinese Simon Curtis, dopo 20 anni di carriera televisiva, è stata ingiustamente accolta con freddezza dalla critica anglofona. D’accordo, la materia è difficilissima e infatti se ne parla dal punto di vista privato e circoscritto di Colin Clark, quando, nel 1956, era alla sua prima esperienza cinematografica con il ruolo di terzo assistente alla regia. Basato sui due diari scritti da Clark, nel 1956 - The Prince e The Showgirl and Me - ma pubblicati solo nel 1995, ecco un film che non desidera minimamente scalfire la leggenda né sporcala con pacchiani cliché. Lo stesso rispetto provato da Clark per la donna più desiderata del mondo, che ha dilazionato l’uscita dei diari di quasi quarant’anni, si avverte nel tocco registico molto misurato e niente affatto pretenzioso.

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Girl model. Tra inganno e povertà

Per la sezione L’Altro Cinema-Extra il documentario Girl Model di Ashley Sabin e David Redmon, vince il Marc’Aurelio best documentary. E’ il luccicante mondo del fashion quello indagato dagli autori, non del tutto estranei e freddamente obiettivi, come un documentario richiederebbe. Ragazzine dai 13 ai 17 anni spedite dalla Siberia o dalla Russia, verso la capitale della tecnologia: Tokyo. Una specie di pacchi postali senza nessun valore dato alle loro menti o alle loro anime. In loro non si cerca la bellezza propriamente intesa ma solo che rientrino nei canoni delle richieste del cliente: mai abbastanza giovani, mai abbastanza magre, non altissime. Insomma, neppure delle bimbe precocemente cresciute ma delle bimbe vere e proprie, al limite dello sfruttamento minorile e la prostituzione minorile, mascherati dal sogno di essere una ragazza copertina.

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Hotel Lux. “Questa o quella per me pari sono” (Rigoletto)

Il tedesco Leander Haussmann, con Hotel Lux, in concorso alla sesta edizione del festival cinematografico romano, ci offre un singolare spaccato di Mosca e Berlino degli anni ’30, attraverso le vicende immaginarie e non di due attori di cabaret, Hans Zeisig-Michael Bully Herbig e Siggy Mayer-Juger Vogel. Entrambi sognano Hollywood, ma in realtà, secondo le parole del regista, il film “racconta la vicenda di un uomo che al momento sbagliato si trova nel posto sbagliato". Costretto a fuggire, infatti, Zeisig ripara a Mosca, rifugiandosi in un albergo che è anche un asilo politico. Il Lux è realmente esistito: era un albergo convertito, a metà degli anni Trenta, in alloggio del Comintern e degli antifascisti mondiali. Lì hanno preso alloggio, tra gli altri, futuri capi di stato. Da riparo quale avrebbe dovuto essere, inoltre, l'Hotel Lux in un attimo poteva trasformarsi in una trappola, perché anche i comunisti non scherzavano affatto se venivi sospettato di tramare contro Stalin.

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Voyez comme ils dansent, il ballo tragico di un dolore insuperabile

Vic Clement-James Thiérrée, celebre artista e funambolo, scompare misteriosamente lasciando le due donne che l’anno amato. La prima, Lise-Marina Hands, è una filmmaker, la seconda Alexandra-Maya Sansa - la brava attrice italiana “emigrata” in Francia in cerca di lavori degni delle sue qualità di performer – è un medico canadese. Un menage a tris, diviso tra due donne e un fantasma o un morto, è l’opera filmica di Claude Miller - regista con trent’anni di carriera e allievo di Truffaut – che conquista il Marc’Aurelio Gran Jury Award alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

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L’orchidea d’acciaio – The lady di Luc Besson

The lady, film d’apertura al Festival Internazionale del Film di Roma 2011, è un lavoro che persiste nel filone, intrapreso dal cineasta francese, volto a raccontare storie di eroine. L’”orchidea d’acciaio” birmana, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, ha il volto della diva malese Michelle Yeoh - Memorie di una geisha; La tigre e il dragone – promotrice e suggeritrice del soggetto. The Lady nasce così dalla passione congiunta di un' attrice e un regista per una piccola donna invisibile eppure monolitica.

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Une vie meilleure – sempre e comunque

Un vie meilleure – A better life per il pubblico internazionale - è la pellicola presentata alla kermesse cinematografica capitolina da Cedric Kahn. Dai consensi critici si presumeva che avrebbe conquistato la vittoria ma ha comunque portato a casa il Marc’Aurelio per la migliore interpretazione maschile aggiudicato a Guillaume Canet - in passato già visto al Festival di Roma con Last Night e con il suo film da regista Les petits mouchoirs.

Kahn segue la discesa nell'abisso del suo protagonista, facendo dell’andamento della visione cinematografica stessa una ragione e stilistica e sostanziale del racconto: non si tratta semplicemente della "messa in scena" di un aspetto della realtà dei nostri giorni. Il regista non si preoccupa di edulcorare o sublimare il dramma vissuto da un numero sempre maggiore di persone, al contrario si alimenta della vita che racconta per toccare nel segno.

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Un cuento chino – un racconto cinese

Bottino doppio – Marc’Aurelio d’oro e Premio del pubblico BNL – per Un cuento chino di Sebastiàn Borensztein, “…una commedia al limite del surreale, dai colori vivaci e i dialoghi brillanti…”. Il film tratta di due solitudini che s’incontrano e si salvano a vicenda: una volontaria, quella di Roberto-Ricardo Darín, e l’altra capitata per un destino beffardo, quella di Jun- Huang Sheng Huang. Tanto scorbutico, misantropo, alienato il primo, quanto timido e dolcissimo il giovane cinese. Niente in comune, non una parola di comunicazione – nessuno dei due parla la lingua dell’altro - eppure, anche se forzatamente ognuno a suo modo entra nell’universo dell’altro e ne diventa l’unica ancora di salvezza. Monotonia quotidiana, sguardo fisso e sornione ma rivelatore di una bontà d’animo nascosta a tutti i costi, tendenza al monologo, Roberto è l’incarnazione dell’esilio volontario.

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Days of heaven, secondo la classe del gentleman Richerd Gere

Days of heaven, del maestro Terrence Malick – Palma d’Oro a Cannes 2011 per The tree of life – è anche la prima prova da protagonista del divo Richard Gere, che per il ruolo di Bill, si aggiudicò il David di Donatello per il miglior attore straniero, nel 1979. Il film annovera tra le sue perle, il premio per la Miglior regia a Cannes 1979, oltre all’Oscar al dp Nestor Almendros e a due Nomination agli Oscar per Ennio Morricone e Sam Shepard. Il perfezionismo del maestro balza subito agli occhi: ben 5 mesi di provini e tre anni di postproduzione. Gere entra nel progetto filmico a 26 anni per uscirne a 29. Molto più di una gestazione, dunque, questa pellicola dal sapore biblico ci piace ricordarla con le parole del gentiluomo zen: “…sembra una parabola religiosa e Terry ingaggiò una seconda unità che si doveva occupare soltanto delle scene riguardanti la natura girate per lo più nel West, in Canada e negli USA. La natura è quello che è e non ha rimpianti. Il vento e la pioggia, le forze brute della natura sono incontrollabili come noi e la nostra forza interiore e l’intelligenza umana non è nè peggiore nè migliore di una roccia. Terry dà molto spazio alla natura, tant’è che dopo il montaggio molto dialogo era sparito e io mi arrabbiai molto con lui, fino a rendermi conto di dover rinunciare alla fine perchè lui voleva così…”.

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Le prostitute di Glawogger protagoniste per un giorno

Whores’ Glory di Michael Glawogger, presentato alla 68esima, nella sezione Orizzonti, è un film che propone una trilogia antologica sulla professione più antica del mondo, vista nell’ottica di tre culture differenti: thailandese, bangladese e messicana. Allo scopo di mostrarne i codici più intimi, trascendendo luoghi, lingue e religioni, la pellicola demarca un che di sociologico, un modo per riflettere sul ruolo della donna in quelle società cosiddette del Terzo Mondo. In un ventaglio anagrafico dai dodici ai quarant’anni, il “sesso pagato” il regista lo presenta in forma di documentario, offrendo allo spettatore una visione attenta e scrupolosa, ricca dei dettagli più intimi. La pellicola, infatti, esibisce particolari molto precisi, che non risultano volgari, solo perché trattasi di un documentario. Quel che ci si chiede, invece, è se vi sia un effettivo bisogno di indagare certe realtà, sia pur nella modalità usata, a scopo di sensibilizzazione. Benché il merito del cineasta vada anche cercato nel rapporto tra le prostitute e la religione, sempre in primo piano, pur sottolineandone le debite differenze di culto e culturali in genere, la perplessità resta. Leggi tutto...

Caroline Parker – un’eroina qualunque

Il documentario di Jonathan Demme, I’m Caroline Parker: the Good, the Mad and the Beautiful, proposto quest’anno al Festival del Cinema di Venezia, in Orizzonti, affronta i drammi della vita reale. Dopo film come Philadelphia e Il silenzio degli innocenti, il regista-sceneggiatore vira da un’altra parte. È la storia di una cuoca in pensione, Caroline Parker, scampata all’uragano Katrina nel 2006 e colonna portante psicologica, ma non solo, di un intero quartiere, tra i più poveri di New Orleans. L’ottimismo e la forza di questa donna sono ben indagate dal regista, che dal 2006 al 2010 va a farle visita ogni sei mesi, allo scopo di raccogliere elementi di un ritratto pulsante e variegato. Tra la segregazione, le battaglie per la conquista dei diritti civili e le ferite della miseria, Caroline non si perde mai d’animo, pur nel vuoto di chi i sogni non li ha neppure potuti sognare, ancor prima di vederli infranti. Ciononostante, ci sono dei pilastri nel suo animo e nella sua mente saldi ed irremovibili, come la sua forte cristianità e il suo senso della famiglia.

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Cavalli di Michele Rho – la letteratura va al cinema

Cavalli, opera prima di Michele Rho, a Venezia 2011 in Controcampo italiano, ha per location la zona del Castel del Monte di Andria e la Regione Toscana, come simpatico raccordo tra aree geografiche lontane, per ottenere una località appenninica non ben definita nel film, una sorta di Far West immaginario e tutto italiano. I cavalli, inoltre, protagonisti della pellicola a cominciare proprio dal titolo, non sono mancati sul red carpet, poiché hanno accompagnato nella sfilata i giovanissimi interpreti Luigi e Francesco Fedele. Il regista ci immerge nella fine del XIX secolo, dentro una storia di fratelli. Il suo tocco raffinato riesce bene nell’obiettivo di portare al cinema la letteratura, tenendosi lontano dalla freddezza letteraria e indagando a fondo, invece, i tormenti di due fratelli tanto diversi nella natura, quanto uniti nell’affetto. È un sentimento profondo, complice, telepatico, il loro, immerso in un paesaggio assolutamente in primo piano.

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Una scossa non sempre da brivido

Scossa di Lizzani, Maselli, Gregoretti, Russo

Scossa è una pellicola sugli aspetti del catastrofico terremoto di Messina e Reggio Calabria, avvenuto nel 1908 e raccontato a otto mani da Carlo Lizzani, Citto Maselli, Ugo Gregoretti e Nino Russo. Fuori Concorso, alla 68esima del Lido, il lungometraggio consta di quattro episodi, per indagare e presentare le immagini più care ad ognuno dei quattro maestri, relative a quella sciagura tellurica: la perdita degli affetti, i fatti di sangue e sciacallaggio, il bilancio socio-economico del dopo terremoto e i tardivi provvedimenti dello Stato, in soccorso ed assistenza ai terremotati. Il merito della pellicola, nel complesso, sta nel fatto che quel che resta di una calamità sismica non è diversa a Messina, come ad Haiti, a L’Aquila o a New Orleans, anche se i registi italiani hanno, comunque, privilegiato elementi tutti nostrani. In Speranza di Carlo Lizzani, una madre vedova, lasciata morire sotto le macerie, riesce a vincere la sua agonia, con la consolazione che i suoi figli sono salvi e con l’illusione di ricongiungersi in cielo al marito perduto da giovane, a cui porta la lieta notizia sui ragazzi. 

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EU-funded cardiovascular research keeps on ticking for World Heart Day

On 29 September World Heart Day will be celebrated around the world to highlight that heart disease and strokes remain the world's leading cause of death, claiming over 1.5 million deaths every year in the EU. Leggi tutto...

L'IMMAGINE DI HOLMBERG II DEL TELESCOPIO HUBBLE

Una galassia nana e “bruttina”. Le forme delle grandi galassie, che siano a spirale o ellittiche, hanno una loro armonia, quella forma che le rende tipiche e belle. Non è lo stesso per le galassie nane la cui forma è più difficile catalogare.

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WWF: “RIFIUTI, ITALIA IMPREPARATA

Nuova multa dall’UE per il caso Napoli, rischio emergenza anche a Malagrotta. In attesa della politica, soluzioni pratiche da imprenditori e consumatori: con il “vuoto a rendere” per 4,2 tonnellate di imballaggi, risparmieremmo oltre un 1 miliardo e 200 milioni di euro ogni anno. Leggi tutto...

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Alla sede dell'Unesco di Parigi la cerimonia ufficiale. Per l'Italia presente il sottosegretario Giuseppe Pizza

L'Anno internazionale dell'Astronomia è in effetti scoccato al brindisi della mezzanotte tra il 31 dicembre 2008 e il primo gennaio 2009, ma la cerimonia che lo apre in modo ufficiale e solenne è fissata per giovedì 15 e venerdì 16 gennaio, alla sede dell'Unesco di Parigi. Vi prenderanno parte Premi Nobel, scienziati, ricercatori e rappresentanti dei governi di tutto il mondo. L'Italia è rappresentata dal sottosegretario all'Istruzione, Università e Ricerca Giuseppe Pizza (il suo discorso è allegato in calce), presente per l'ASI il subcommissario, prof. Piero Benvenuti.

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