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Tra pietà e pietas. “Pieta” di Kim Ki Duk - Leone d’oro 2012

Seul, tra grattacieli e industria informatica da primato mondiale, fa da scenario ai bassifondi della stessa città, dove si consumano le più inimmaginabili nefandezze, al fine di riscuotere soldi prestati ad usura. Più che di pietà si parla di vendetta, una revenge mascherata da pietà nel film Pieta del coreano Kim Ki Duk che ringrazia, per il massimo riconoscimento veneziano, la giuria presieduta da Michael Mann, con un canto popolare del suo Paese.

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“Dalla Sicilia con furore”. “È stato il figlio” di Daniele Ciprì – Osella per la fotografia a Venezia 2012

Se il sud d’Italia è il figlio diretto della tragedia greca, il film di Ciprì, E’ stato il figlio, colpisce nel segno: tutto raccontato dal “figlio”, come in una lunga “tirata” da coro greco. Cast d’eccezione, con Toni Servillo nei panni dello sciagurato Ciraulo-padre e Fabrizio Falco in quello dello sventurato figlio (Premio Mastroianni 2012), per uno dei tre film italiani in concorso a Venezia 2012.

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Kulkinski – natural born killer. “The Iceman” di Ariel Vromen – Fuori Concorso – Venezia 2012

Un serial killer completamente dissociato ed una moglie apparentemente ignara dell’origine dei suoi agi, sempre più consistenti: è questa la storia trattata da Ariel Vromen, nel suo The Iceman, Fuori Concorso a Venezia 2012. Richard Kulkinski, famigerato assassino con un curriculum esemplare - più di cento morti ammazzati, forse duecentocinquanta, nei modi più efferati - è al soldo della mafia e delle famiglie più sanguinarie. È un’outsider esistito realmente e morto in prigione nel 2006, dopo essere stato catturato nel 1987. Nei suoi abissi si cala Michael Shannon, interpretando questo essere mostruoso, che sino alla fine dichiara di aver avuto un solo rammarico: aver fatto soffrire sua moglie e le sue due bambine.

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“That’s amore” l’inno di Susanne Beir. “Love is all you need” – Fuori Concorso - Venezia 2012

Alla sessantanovesima kermesse veneziana più attesa, quella cinematografica, ecco il Premio Oscar Susanne Beir, per la prima volta alle prese con una commedia: Den Skaldede Frisør (Love is all You Need). Al suo fianco, la stessa interprete di Haevnen, Trine Dyrholm, rispetta e centra le aspettative del pubblico, affiancata da un vero gentleman, Pierce Brosnan, tra i più amati 007 del grande schermo.

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Eros e thanatos in Wakamatsu. “Semmen no Yuraki” (The Millennial Rapture) - Orizzonti – Venezia 2012

Tratto da Mille anni di piacere(1982), la raccolta di racconti dello scrittore Kenji Nakagami (un burakumin orgoglioso delle proprie origini), l’ultima opera del prolifico regista giapponese, Korij Wakamatsu, affronta l’eterno binomio/dicotomia tra eros e thanatos.

I maschi della stirpe dei Nakamoto sono destinati a spegnersi in maniera violenta, dopo aver fatto strage di cuori nei Roji, i 'Vicoli' dove vivono ghettizzati insieme ad altri burakumin – letteralmente gli abitanti del villaggio. Questi emarginati rappresentano la casta di grado più basso, nel sistema feudale giapponese, condannati da sempre all’emarginazione, perché impuri e oppressi dall’ombra della morte.

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Il cinema-inchiesta di Rosi. Francesco Rosi – Leone d’oro alla carriera – Venezia 2012

Salvatore Giuliano, di Francesco Rosi, Orso d’argento a Berlino nel 1961, fu una pellicola ignorata in Italia. Il Leone d’Oro alla carriera, il grande cineasta lo riceve solo quest’anno, mentre i tedeschi gli avevano conferito, già nel 2008, l’Orso d’oro alla carriera. Ma la lista dei premi del giovanotto, prossimo alle novanta primavere, non si esaurisce qui: Leone d’oro nel 63 con Le mani sulla città e Palma d’oro nel 72 con Il caso Mattei, oltre ad una decina di David Donatello tra il ‘65 e il ’97, tre Nastri d’argento e una Nomination agli Oscar per Tre fratelli, nell’81. Questa è per summa capita la carriera di Francesco Rosi, questo è l’emblema di un cinema-inchiesta che ha fatto storia, dando “altissimi contributi alla storia del cinema italiano e mondiale, con il percorso di un uomo impegnato sul duplice fronte dell’invenzione creativa e della testimonianza civile” – per dirla con il Nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che di Rosi è amico sin dai tempi dell’Università. Ed ancora, Scorsese ha sottolineato il suo omaggio al cineasta italiano che “ha saputo esprimere la bellezza delle persone e della Terra d’origine, il sud Italia”, con tutto l’amore di chi sa scavare dentro, in modo rispettoso, con coraggio e intelligenza. “Una lezione di rigore e coerenza”, secondo le parole di Giuseppe Tornatore, visibilmente emozionato, mentre consegna il premio al Maestro, che ci tiene molto a sentirsi cittadino, a sentirsi parte integrante di un Paese, con tutta la complessità della sua storia.

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Il cattivo ragazzo di Spike Lee. “Bad 25” – Fuori Concorso - Venezia 2012

Il regista afroamericano di film come La 25a ora - da molti considerato il suo capolavoro, al momento - si cimenta con un documentario sulla pop star Michael Jackson, scomparso a Los Angeles poco più di tre anni fa. Come Spike Lee stesso afferma, questo docu-film è una vera e propria lettera d’amore rivolta al bimbo prodigio dei Jackson 5, con cui Lee è musicalmente cresciuto, essendo i due quasi coetanei.

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Monicelli, il misogino (?). Monicelli, la versione di Mario – Venezia Classici-Documentari 2012

È stata presentata al Lido, per Venezia Classici-Documentari, Monicelli, la versione di Mario. Si tratta di una lunga intervista raccontata da cinque registi, Felice Farina, Mario Canale, Annarosa Morri, Wilma Labate e Mario Gianni che hanno collaborato con il grande maestro della commedia italiana. A circa due anni dalla sua scomparsa, il docu-film rende omaggio al cineasta viareggino, dipanandosi tra cinque capitoli - Mestiere, Origini, Risate, Confidenze, Politica - montati come un mosaico e costruiti con un sapiente collage di immagini di repertorio, foto, sequenze di film, testimonianze di amici e collaboratori, di prezioso valore, data la ricercatezza delle scelte.

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La finzione vince sulla realtà. “Sunset Boulevard” di William Wyler (1950) – Venezia Classici Restaurati -2012

Sunset Boulevard e Mulholland Drive, due famose strade di Hollywood, la fabbrica dei sogni, sono anche i titoli di due film di culto dentro i quali si racchiude mezzo secolo di storia del cinema. Due grandi maestri, Wilder e Lynch, per due perle emblematiche del mondo cinematografico per eccellenza. Altalene tra forza creativa e forza distruttiva, ripropongono un modo d’essere cinema puro, trasfigurando la rappresentazione in sogno, delirio, silenzio. Entrambe riproducono con modalità diverse la dinamica della passione e del desiderio, che può spingere un individuo fino ad una condizione patologica, per sfociare nell’atto estremo della soppressione della vita. Quello di Wilder è un lungo flashback raccontato dal morto, Joe-William Holden, mentre Lynch affida al sogno la sua pellicola per ben due terzi. Entrambe sono situazioni la cui natura distorta ed immaginifica è dichiarata subito e costantemente portata avanti.

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“I cancelli del cielo” di Michael Cimino. Premio Persol – Venezia 2012

Premiato a Venezia con trentatré anni di ritardo, il film passato alla storia come il grande flop, Heaven’s gate, di Michael Cimino, è un ritratto ricco e appassionato, lucido e coinvolgente del “sogno americano”. Nella sezione Classici Restaurati, al Lido è stata proiettata la versione di 219 minuti, a cui ha assistito lo stesso cineasta, insignito del Premio Persol, per l’occasione.

“E’ un tardivo ma doveroso risarcimento alla grandezza di un cineasta visionario, una delle voci più intense e originali del cinema americano degli ultimi quarant’anni, progressivamente ridotto al silenzio dopo l’insuccesso commerciale di un capolavoro, al quale contribuirono gli stessi produttori con tagli insensati” – sono state le parole pronunciate dal Prof Barbera, direttore della Mostra, in occasione della consegna del premio.

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Dalla Puglia con am(fur)ore e notizie dal cinema d’oggi e di ieri. 6° Festival Internazionale del Film di Roma

Parafrasando il grande Bond, James Bond, il festival capitolino ha regalato al pubblico alcuni eventi degni di nota. Che la Puglia sia diventata, negli ultimi anni, un’appetibile location cinematografica non solo per gli autoctoni è un fatto. Sarà la luce speciale di cui questa regione si fregia, una sorta di Hollywood all’italiana – Hollywood stessa nacque per ridurre i costi dovuti al clima buio di New York, grazie allo sfruttamento maggiore della luce naturale. O sarà perché di talenti al di qua e al di là della macchina da presa, questa regione sta dimostrando di averne in quantità. Sta di fatto che, in una gara di generosità, due attori pugliesi, Riccardo Scamarcio e Sergio Rubini, hanno conversato con un pubblico numeroso e attento, con serenità e schiettezza. Indimenticabile è stato per Sergio Rubini l’incontro con il maestro Federico Fellini, che lo scelse per il suo film L’Intervista, nel 1987, solo perché era convinto che non fosse un attore e perché il suo cognome coincideva con quello inventato per il suo personaggio…..quando si dice il destino….

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Le avventure di Tin Tin – Il segreto dell'Unicorno. Meno avvincente del dr. Indiana Jones

85 milioni di dollari per un film che sembrerebbe una specie di salto nel buio. Le avventure del giornalista Tin Tin, iniziate più di ottant’anni fa, sono state fonte di ispirazione per le generazioni che hanno conosciuto la grande crisi del 1929 e il dramma della Seconda Guerra Mondiale. 200 milioni di copie vendute e traduzioni in 70 paesi, la materia era difficile e il ricordo del fumetto troppo radicato per accettarne la trasformazione in 3D. Inoltre, Spielberg per assicurarsi il risultato mette troppa carne al fuoco, fondendo tre albi a fumetti - Il granchio d’oro, Il segreto dell’Unicorno e Il tesoro di Rackham il rosso – il risultato, tuttavia, a tratti divertente ed elegante, non coinvolge del tutto. Il Nostro protagonista viene subito messo in ombra dallo spirito eroico del capitano di vascello Haddock, dedito al whisky ma unica persona in grado di risolvere l’enigma del Unicorno d’oro.

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La Kryptonite nella borsa e il suo Superman all’italiana

Napoli 1973: iniziazione alla vita del bimbo Peppino, stordito dalla storture del mondo degli adulti. Gli zii – Capotondi, De Rienzo - preoccupati solo di cogliere lo spirito del tempo in modo pericoloso e superficiale; la madre – Golino, depressa perché tradita dal marito, che cerca di consolarsi accettando le attenzioni del suo psicanalista – Gifuni; Il padre – Zingaretti, diviso tra il ruolo del marito, del padre, dell’amante extraconiugale. Uno spaccato poco profondo di una società anche bigotta e ingenua di chi non vive appieno lo spirito di trasformazione di un’epoca perché non ne ha ancora sviluppato gli strumenti.

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Page eight. Un dossier che scotta

David Hare torna alla regia dopo una lunga assenza con una spy-story: Page eight. Pellicola non in concorso ma presentata alla kermesse cinematografica romana nella sezione Occhio sul mondo-Focus UK. È un distillato della migliore tradizione cinematografica inglese, al lavoro via cavo – perché il film è realizzato per la tv inglese ed è prodotto dalla BBC, infatti. Hare torna, in grande stile, ancora una volta sul tema del dramma privato che si fonde con quello pubblico e politico sanciti dal segreto che li unisce, confezionando un prodotto dalle tematiche moderne ma dal fascino retrò. Sulle note jazzistiche, che accompagnano un gusto artistico altrettanto raffinato, la macchina da presa si concentra fissa sui volti di Bill Nighy, al tempo stesso austero e romantico, e della persuasiva Rachel Weisz, che cela dietro i suoi lineamenti da fiaba una grandissima determinazione, volta a scoprire la verità.

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My week with Marylin. Sir Olivier stregato dalla diva delle dive

La pellicola d’esordio del cinquantunenne londinese Simon Curtis, dopo 20 anni di carriera televisiva, è stata ingiustamente accolta con freddezza dalla critica anglofona. D’accordo, la materia è difficilissima e infatti se ne parla dal punto di vista privato e circoscritto di Colin Clark, quando, nel 1956, era alla sua prima esperienza cinematografica con il ruolo di terzo assistente alla regia. Basato sui due diari scritti da Clark, nel 1956 - The Prince e The Showgirl and Me - ma pubblicati solo nel 1995, ecco un film che non desidera minimamente scalfire la leggenda né sporcala con pacchiani cliché. Lo stesso rispetto provato da Clark per la donna più desiderata del mondo, che ha dilazionato l’uscita dei diari di quasi quarant’anni, si avverte nel tocco registico molto misurato e niente affatto pretenzioso.

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Girl model. Tra inganno e povertà

Per la sezione L’Altro Cinema-Extra il documentario Girl Model di Ashley Sabin e David Redmon, vince il Marc’Aurelio best documentary. E’ il luccicante mondo del fashion quello indagato dagli autori, non del tutto estranei e freddamente obiettivi, come un documentario richiederebbe. Ragazzine dai 13 ai 17 anni spedite dalla Siberia o dalla Russia, verso la capitale della tecnologia: Tokyo. Una specie di pacchi postali senza nessun valore dato alle loro menti o alle loro anime. In loro non si cerca la bellezza propriamente intesa ma solo che rientrino nei canoni delle richieste del cliente: mai abbastanza giovani, mai abbastanza magre, non altissime. Insomma, neppure delle bimbe precocemente cresciute ma delle bimbe vere e proprie, al limite dello sfruttamento minorile e la prostituzione minorile, mascherati dal sogno di essere una ragazza copertina.

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Hotel Lux. “Questa o quella per me pari sono” (Rigoletto)

Il tedesco Leander Haussmann, con Hotel Lux, in concorso alla sesta edizione del festival cinematografico romano, ci offre un singolare spaccato di Mosca e Berlino degli anni ’30, attraverso le vicende immaginarie e non di due attori di cabaret, Hans Zeisig-Michael Bully Herbig e Siggy Mayer-Juger Vogel. Entrambi sognano Hollywood, ma in realtà, secondo le parole del regista, il film “racconta la vicenda di un uomo che al momento sbagliato si trova nel posto sbagliato". Costretto a fuggire, infatti, Zeisig ripara a Mosca, rifugiandosi in un albergo che è anche un asilo politico. Il Lux è realmente esistito: era un albergo convertito, a metà degli anni Trenta, in alloggio del Comintern e degli antifascisti mondiali. Lì hanno preso alloggio, tra gli altri, futuri capi di stato. Da riparo quale avrebbe dovuto essere, inoltre, l'Hotel Lux in un attimo poteva trasformarsi in una trappola, perché anche i comunisti non scherzavano affatto se venivi sospettato di tramare contro Stalin.

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Voyez comme ils dansent, il ballo tragico di un dolore insuperabile

Vic Clement-James Thiérrée, celebre artista e funambolo, scompare misteriosamente lasciando le due donne che l’anno amato. La prima, Lise-Marina Hands, è una filmmaker, la seconda Alexandra-Maya Sansa - la brava attrice italiana “emigrata” in Francia in cerca di lavori degni delle sue qualità di performer – è un medico canadese. Un menage a tris, diviso tra due donne e un fantasma o un morto, è l’opera filmica di Claude Miller - regista con trent’anni di carriera e allievo di Truffaut – che conquista il Marc’Aurelio Gran Jury Award alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

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L’orchidea d’acciaio – The lady di Luc Besson

The lady, film d’apertura al Festival Internazionale del Film di Roma 2011, è un lavoro che persiste nel filone, intrapreso dal cineasta francese, volto a raccontare storie di eroine. L’”orchidea d’acciaio” birmana, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, ha il volto della diva malese Michelle Yeoh - Memorie di una geisha; La tigre e il dragone – promotrice e suggeritrice del soggetto. The Lady nasce così dalla passione congiunta di un' attrice e un regista per una piccola donna invisibile eppure monolitica.

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Une vie meilleure – sempre e comunque

Un vie meilleure – A better life per il pubblico internazionale - è la pellicola presentata alla kermesse cinematografica capitolina da Cedric Kahn. Dai consensi critici si presumeva che avrebbe conquistato la vittoria ma ha comunque portato a casa il Marc’Aurelio per la migliore interpretazione maschile aggiudicato a Guillaume Canet - in passato già visto al Festival di Roma con Last Night e con il suo film da regista Les petits mouchoirs.

Kahn segue la discesa nell'abisso del suo protagonista, facendo dell’andamento della visione cinematografica stessa una ragione e stilistica e sostanziale del racconto: non si tratta semplicemente della "messa in scena" di un aspetto della realtà dei nostri giorni. Il regista non si preoccupa di edulcorare o sublimare il dramma vissuto da un numero sempre maggiore di persone, al contrario si alimenta della vita che racconta per toccare nel segno.

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Un cuento chino – un racconto cinese

Bottino doppio – Marc’Aurelio d’oro e Premio del pubblico BNL – per Un cuento chino di Sebastiàn Borensztein, “…una commedia al limite del surreale, dai colori vivaci e i dialoghi brillanti…”. Il film tratta di due solitudini che s’incontrano e si salvano a vicenda: una volontaria, quella di Roberto-Ricardo Darín, e l’altra capitata per un destino beffardo, quella di Jun- Huang Sheng Huang. Tanto scorbutico, misantropo, alienato il primo, quanto timido e dolcissimo il giovane cinese. Niente in comune, non una parola di comunicazione – nessuno dei due parla la lingua dell’altro - eppure, anche se forzatamente ognuno a suo modo entra nell’universo dell’altro e ne diventa l’unica ancora di salvezza. Monotonia quotidiana, sguardo fisso e sornione ma rivelatore di una bontà d’animo nascosta a tutti i costi, tendenza al monologo, Roberto è l’incarnazione dell’esilio volontario.

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La questione di come singole cellule rispondono alle forze meccaniche, specialmente in considerazione del fatto che tali forze influenzano il comportamento delle cellule, da sempre suscita l'interesse degli scienziati. Non si era però trovata la soluzione... finora. Leggi tutto...

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