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KEPLER E IL PIANETA NON PUNTUALE

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Il pianeta dispettoso. Grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Kepler è stato possibile prendere i tempi a un pianeta extrasolare, scoprendo che non li rispetta. La colpa? È di un altro pianeta che, però, non si fa vedere.

C’è un pianeta che non arriva mai puntuale ma la colpa, a quanto pare, non è sua. Talvolta in ritardo, talaltra in anticipo, Kepler-19b non rispetta mai i tempi nel ripassare davanti alla propria stella, a circa 650 anni luce da noi.È proprio grazie a questi suoi passaggi che il telescopio spaziale Kepler era riuscito a individuarlo: la luminosità della stella, dalla nostra posizione di osservatori, diminuisce periodicamente ed è così stato possibile stabilire l’esistenza di un pianeta che la oscura, anche se impercettibilmente, ad ogni giro. Il problema è che questi oscuramenti non si verificano mai nel momento stabilito, come se il pianeta rallentasse e accelerasse nel percorrere la propria orbita. A partire da questo comportamento, i ricercatori hanno dedotto che da quelle parti, in orbita intorno alla stessa stella, deve esserci anche un altro pianeta che disturba gravitazionalmente quello tenuto d’occhio da Kepler.La dinamica dei fatti è la stessa che nel 1846 portò alla scoperta di Nettuno che, non ancora osservato al telescopio, aveva fatto notare la sua presenza influenzando il moto di Urano. Nel caso attuale però, dell’“altro” pianeta, quello che disturba Kepler-19, non si riesce a sapere nulla più oltre al fatto che esiste. Il telescopio spaziale non ha rilevato altri abbassamenti di luminosità della stella, quindi è probabile che questo pianeta segua un’orbita inclinata che non lo porta a passarle davanti lungo la nostra linea di vista.Niente occultamenti, niente informazioni aggiuntive e su Kepler-19 c, questa la sua denominazione, si fanno solo supposizioni. Potrebbe essere un pianeta roccioso che compie la propria orbita in 5 giorni, ma anche un gigante gassoso che la percorre in 100 giorni. Qualunque sia la sua identità, in ogni caso questo nuovo, sfuggente, arrivato detiene il primato di essere il primo pianeta extrasolare ad essere stato scoperto in questo modo 

Flash News

I cebi barbuti di Fazenda Boa Vista, in Brasile, tramandano di generazione in generazione comportamenti tecnologici come l’uso di strumenti per rompere noci di palma: allo studio che ha ottenuto la copertina di Pnas partecipa Elisabetta Visalberghi dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr

 Le tradizioni culturali umane si mantengono attraverso meccanismi quali l’imitazione e l’insegnamento. Ma cosa accade in altre specie? I risultati di uno studio su una popolazione di cebi barbuti ‘Sapajus libidinosus’, condotto da un gruppo di ricercatori - fra cui Elisabetta Visalberghi dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Istc-Cnr) - a Fazenda Boa Vista, nel Nord-Est del Brasile, mostrano che l’uso di strumenti per queste scimmie è una ‘tradizione’ che gli individui imparano da giovani e che passa di generazione in generazione. L’articolo ‘Synchronized practice helps bearded capuchin monkeys learn to extend attention while learning a tradition’ è stato appena pubblicato sul numero dei Proceeding of the National Academy of Science (Pnas) guadagnandosi anche l’onore della copertina. “I risultati sono chiarissimi. Se un cebo esperto usa strumenti, l’attenzione di quelli inesperti viene ‘catturata’ facendo aumentare significativamente la frequenza con cui questi individui eseguono comportamenti rilevanti per l’apprendimento dell’uso di strumenti, come battere una noce su un’incudine o un sasso sulla noce. Anche dopo che il cebo esperto ha rotto la sua noce, quelli inesperti continuano a svolgere queste attività per parecchi minuti”, spiega Visalberghi.

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