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KEPLER E IL PIANETA NON PUNTUALE

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Il pianeta dispettoso. Grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Kepler è stato possibile prendere i tempi a un pianeta extrasolare, scoprendo che non li rispetta. La colpa? È di un altro pianeta che, però, non si fa vedere.

C’è un pianeta che non arriva mai puntuale ma la colpa, a quanto pare, non è sua. Talvolta in ritardo, talaltra in anticipo, Kepler-19b non rispetta mai i tempi nel ripassare davanti alla propria stella, a circa 650 anni luce da noi.È proprio grazie a questi suoi passaggi che il telescopio spaziale Kepler era riuscito a individuarlo: la luminosità della stella, dalla nostra posizione di osservatori, diminuisce periodicamente ed è così stato possibile stabilire l’esistenza di un pianeta che la oscura, anche se impercettibilmente, ad ogni giro. Il problema è che questi oscuramenti non si verificano mai nel momento stabilito, come se il pianeta rallentasse e accelerasse nel percorrere la propria orbita. A partire da questo comportamento, i ricercatori hanno dedotto che da quelle parti, in orbita intorno alla stessa stella, deve esserci anche un altro pianeta che disturba gravitazionalmente quello tenuto d’occhio da Kepler.La dinamica dei fatti è la stessa che nel 1846 portò alla scoperta di Nettuno che, non ancora osservato al telescopio, aveva fatto notare la sua presenza influenzando il moto di Urano. Nel caso attuale però, dell’“altro” pianeta, quello che disturba Kepler-19, non si riesce a sapere nulla più oltre al fatto che esiste. Il telescopio spaziale non ha rilevato altri abbassamenti di luminosità della stella, quindi è probabile che questo pianeta segua un’orbita inclinata che non lo porta a passarle davanti lungo la nostra linea di vista.Niente occultamenti, niente informazioni aggiuntive e su Kepler-19 c, questa la sua denominazione, si fanno solo supposizioni. Potrebbe essere un pianeta roccioso che compie la propria orbita in 5 giorni, ma anche un gigante gassoso che la percorre in 100 giorni. Qualunque sia la sua identità, in ogni caso questo nuovo, sfuggente, arrivato detiene il primato di essere il primo pianeta extrasolare ad essere stato scoperto in questo modo 

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La costruzione incontrollata di dighe idroelettriche sta davvero uccidendo i grandi fiumi della terra? Uno studio del Politecnico di Milano mostra che un miglior compromesso tra sviluppo e preservazione dell’ambiente è possibile Milano, 9 febbraio 2018 - È stato pubblicato oggi sulla copertina della rivista Nature Sustainability, uno studio del Politecnico di Milano in collaborazione con l’Università di Berkeley che dimostra come, pianificando strategicamente la costruzione di dighe, sia possibile aumentare la produzione di energia idroelettrica e allo stesso tempo limitare l’impatto sull’ecosistema fluviale. Le dighe nel mondo generano circa un sesto dell’energia elettrica consumata e irrigano un settimo dei campi agricoli e sono per questo un elemento necessario per il benessere e lo sviluppo di una società. Allo stesso tempo, però, alterano in modo significativo il sistema naturale del bacino in cui sorgono perché alterano l’idrologia e ostacolano il trasporto verso valle dei sedimenti che sono vitali per gli abitanti dell’ambiente interno e circostante al corso d’acqua. A valle spesso si assiste ad una diminuzione del trasporto solido con conseguente erosione del letto fluviale.

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