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Interazione fra erbe, alimenti e farmaci

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Oggi sempre più persone si affidano a metodi di cura naturali. Si calcola che in Italia il 10-15% della popolazione ricorra a rimedi fitoterapici, ossia a base di erbe, per curare piccoli e grandi disturbi quotidiani. In occidente, tra il 70% e l'80% della popolazione è ricorsa almeno una volta nella vita alla medicina tradizionale (compresa l'agopuntura) per un giro d’affari di 5 miliardi di dollari nel biennio 2003-2004.


Nella maggior parte dei casi si tratta di cure "fai-da-te", senza la consulenza di un medico esperto. Chi intraprende una terapia a base di estratti vegetali spesso non avverte neppure il proprio medico curante perché sa che riceverebbe una risposta negativa. Riviste, siti internet, forum di discussione, semplice passa-parola diventano il mezzo più veloce - e a volte meno sicuro - per avventurarsi nel mondo della fitoterapia "casalinga", basata su autodiagnosi e autoprescrizione di tinture madri, arkocapsule, integratori alimentari. Spesso il presupposto da cui parte chi sceglie i metodi di cura alternativi è che “le medicine sono chimiche, invece le erbe sono naturali": optiamo per le erbe perché crediamo che facciano meno male e abbiano meno effetti collaterali dei farmaci.

Ma siamo davvero sicuri che i rimedi naturali siano del tutto innocui? o che, come spesso si sente dire, "se non fanno effetto almeno non fanno danno"? Fabio Firenzuoli, direttore  del Servizio di Fitoterapia dell'Ospedale S. Giuseppe di Empoli, il centro di riferimento per la cura con piante medicinali, ha dedicato a questo tema un libro dal titolo "Interazioni tra erbe, alimenti e farmaci", edito da Tecniche Nuove [1]. L’autore offre anche a chi non è esperto del settore una guida semplice e rigorosa sulle "insidie" del naturale [2].

Innazitutto, scrive Firenzuoli,tutte le sostanze, comprese quelle naturali, sono "dotate di una particolare e talora complessa struttura chimica" e hanno effetti "nutrizionali, biologici e farmacologici" sul nostro organismo. In altre parole, possono modificare le funzioni degli organi e degli apparati con cui entrano in contatto. E' importante, quindi, conoscere le interazioni fra alimenti, farmaci e piante medicinali per evitare inutili rischi. Alcuni alimenti, ad esempio, come il latte e il pompelmo, influiscono sul metabolismo di molti farmaci, annullandone l'efficacia o al contrario potenziandone gli effetti collaterali.  

Un aspetto importante di cui bisogna tener conto, quando si utilizzano preparati vegetali, è la "variabilità" delle piante, ossia l'insieme dei fattori che ne modificano la composizione: piante della stessa specie possono avere proprietà distinte, così come funzioni diverse hanno le varie parti della stessa pianta (foglie, radici, corteccia, germogli e così via). Anche il periodo di raccolta influisce sulla composizione chimica della pianta: "Raccogliere e distillare Santoreggia in un mese piuttosto che in un altro – scrive Firenzuoli - significa, in realtà, ottenere oli essenziali completamente diversi tra loro, con differenti potenzialità terapeutiche e tossicologiche".

Qual è il "percorso" di un farmaco o di un rimedio vegetale una volta entrato nel nostro organismo? trasporto, assorbimento, trasformazione, distribuzione ed eliminazione sono le tappe di un viaggio che costituisce lo studio della farmacocinetica. L'assorbimento delle sostanze da parte dei vari organi, ad esempio, dipende da molti fattori. Le sostanze lipofile, ossia quelle che si sciolgono nei grassi, vengono assorbite più facilmente delle altre. Anche se può sembrarci strano, la pelle, la parte più superficiale del nostro corpo, ha una notevole capacità di assorbire i farmaci che, attraverso la cute, possono provocare danni all’organismo: "somministrazioni ripetute di farmaci per applicazioni cutanee (creme ecc.) possono risultare responsabili di reazioni avverse sistemiche anche imponenti". Tra queste sostanze ricordiamo la canfora, i fenoli, la caffeina.

Che cosa si intende esattamente per "interazione"? L'interazione, spiega Firenzuoli "è qualsiasi alterazione dell'effetto di un farmaco causato dalla somministrazione di un altro farmaco o da parte di un'altra sostanza, (...), assunta a scopo alimentare, salutistico, curativo e preventivo". Le cause di interazione possono essere molte e spesso non è facile prevederle perché dipendono anche da fattori individuali: il DNA dell'individuo, cioè il suo patrimonio genetico, l'età, la funzione dei vari organi, il tipo di malattia, le modalità di somministrazione del farmaco, la quantità di farmaci assunti contemporaneamente, la dose, la composizione chimica, la loro tossicità. Le interazioni - sottolinea Firenzuoli - non sono sempre "negative". In alcuni casi, infatti, possono ridurre la tossicità o migliorare l'efficacia di una terapia.

Molte sostanze intervengono sui processi di assorbimento, modificandone sia i tempi che l'efficacia: la variazione del PH dello stomaco, dovuto all'azione di antiacidi di origine vegetale, modifica l'assorbimento di alcuni farmaci come le tetracicline; l'acido ascorbico, che troviamo in alimenti come il limone, favorisce l'assorbimento del ferro, alimenti o integratori ricchi di fibre possono ostacolare l'assorbimento di molti farmaci. Gli effetti di due o più sostanze sull'organismo possono essere antagonisti oppure potenziarsi a vicenda. In entrambi i casi si parla di "interazioni farmacodinamiche". Gli anticoagulanti orali e la vitamina K, ad esempio, hanno effetti contrari, mentre l'assunzione di liquirizia, cortisonici o diuretici aumenta la tossicità della digitale.


Note:

[1] Firenzuoli, Fabio "Interazioni tra erbe, alimenti e farmaci", Tecniche Nuove 2007
[2] Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “le medicine e I metodi di cura naturali possono provocare reazioni avverse e pericolose se il prodotto o la terapia non sono di qualità o se il medicinale a base di erbe viene assunto in modo improprio o in associazione con altri farmaci. E’ fondamentale, quindi, sensibilizzare i pazienti sull’uso sicuro dei rimedi, oltre che potenziare la formazione, la collaborazione e la comunicazione tra i medici”.
http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs134/en/

Centro clinico medicina naturale
http://servizi.usl11.tos.it/fito_index.php

 

Veronica Rocco

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E’ scandaloso che nel 2018 il Giappone – che minaccia di uscire dalla IWC - manifesti la volontà di continuare la caccia alla balena, massacro anacronistico e senza alcuna giustificazione - se non una subcultura dura a morire -, che rischia di portare verso l'estinzione due specie come la balenottera comune (a rischio) e quella minore (in declino). Si tratta delle specie piu’ cacciate al mondo.
Oggi è una caccia che non ha più senso, non è giustificata da esigenze alimentari e la “ricerca scientifica" che per 30 anni il Giappone ha portato avanti come giustificazione è palesemente una ridicola scappatoia.
L’anno scorso ben 330 balenottere minori sono state massacrate in Antartide, eppure i sondaggi ci dicono che appena l’11 % dei giapponesi consuma ancora carne di balena e si dice favorevole a questa attività. Uno schiacciante 90 % non vuole più saperne.

“E’ assurdo che si voglia tenere in piedi un’attività fuori dal tempo, lontana dalla scienza e lontanissima dalla sensibilità comune”, conclude il WWF. Gli oceani nascondono rischi ovunque per balene e cetacei in genere: non solo la caccia a ‘scopi scientifici’ del Giappone, ma anche il bycatch, la cattura accidentale che uccide almeno 300.000 balene e delfini ogni anno, la collisione con le navi e l’inquinamento con l’ingestione di micro e macro plastiche attraverso una catena alimentare ormai contaminata.

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