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Vulcani sul volto nascosto della Luna

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Le nuove immagini del Lunar Reconnaissance Orbiter rivelano una zona vulcanica, originata dall’eruzione di magma ricco di silicati, sul lato nascosto del nostro satellite. La posizione anomala e la sorprendente composizione chimica delle rocce potrebbero costringere a rivedere la storia geologica della Luna.

 Lì, di vulcani, proprio non s’aspettavano di trovarne. E tanto meno di quel tipo. Li hanno scoperti, come sempre più spesso succede, grazie alla fotogeologia. Ma le mappe che hanno usato non sono quelle di Google Earth, bensì le immagini lunari ad altissima risoluzione – 50 cm per pixel – scattate dalle Narrow Angle Cameras del Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della Nasa, che per l’occasione si è abbassato fino a 50 km d’altezza sulla superficie lunare. E ciò che hanno individuato è una regione vulcanica anomala, di circa 25×35 km, incastonata fra i crateri Compton e Belkovic, sul lato nascosto del nostro satellite.Per comprendere perché trovare questo tipo di tracce vulcaniche abbia così sorpreso il gruppo di ricerca, coordinato da Bradley Jolliff della Washington University di St. Louis, che ha firmato l’articolo uscito on-line su Nature Geoscience, occorre anzitutto tener presente che non tutti i crateri sono vulcanici, anzi: sulla Luna, nella grande maggioranza dei casi, si tratta di crateri da impatto. Certo, si sa da tempo che esistono anche formazioni vulcaniche, ma sono assai diverse da quelle terrestri. Relativamente piccolo e senz’atmosfera, la Luna è infatti un corpo celeste che, rispetto alla Terra, s’è raffreddato molto in fretta. Si stima che l’oceano di magma presente alle sue origini si sia solidificato in appena 100 milioni di anni. E le eruzioni che fecero seguito alla differenziazione fra crosta e mantello, costituite per lo più da lava ricca di basalto, sembrano risalire tutte a un’epoca molto antica, compresa fra i 3 e i 4 miliardi di anni fa. Inoltre, i resti di queste eruzioni sono distribuiti in modo tutt’altro che uniforme: ricoprono circa un terzo della faccia visibile della Luna, ma sono – inspiegabilmente – quasi del tutto assenti sul lato nascosto.La regione vulcanica appena individuata, invece, si trova proprio là dove solo i satelliti possono allungare lo sguardo. E sia la sua conformazione – con una pendenza dei versanti rocciosi di circa 20-25 gradi, dunque ben più ripidi dei dolci pendii, 7 gradi al massimo, che contraddistinguono i vulcani basaltici – sia i dati raccolti da un altro strumento di LRO, il radiometro termico Diviner, sembrano indicare al di là di ogni dubbio che si tratti di rocce ricche di silicio, simili al granito o alla riolite. E che la loro formazione sia relativamente recente. «Tutto ciò è molto insolito: di conformazioni con rocce ricche di silicio, sulla Luna, ne conosciamo appena un’altra mezza dozzina», spiega Jolliff. «Ed è anche la prima volta che c’imbattiamo in un’attività vulcanica così recente sulla superficie lunare», aggiunge Ian Graham, della University of New South Wales, «e questo significa che la Luna, fino a 800 milioni di anni fa, era ancora geologicamente attiva, mentre prima si pensava che la sua attività si fosse arrestata da 1.2 miliardi di anni».Insomma, una scoperta che potrebbe portare a rivedere parecchi capitoli della storia geologica del nostro satellite, nonché a fare nuove ipotesi sulla sua composizione interna. «Senza avere quelle rocce fra le mani, è impossibile dare alla regione vulcanica appena individuata una datazione precisa. Ma i pochi crateri da impatto presenti fanno ipotizzare che la superficie sia molto recente. E se si è formata così tardi, è difficile pensare che alla sua origine ci siano fenomeni dovuti al decadimento radioattivo, perché si tratterebbe di sorgenti di calore che diminuiscono con il tempo, facendo così sempre più fatica a spingere la lava in superficie. La Luna, però, potrebbe avere ancora un nucleo esterno liquido. Se così fosse, la missione GRAIL (Gravity Recovery and Interior Laboratory), il cui lancio è in programma entro la fine dell’anno, potrebbe essere in grado di confermarlo» di Marco Malaspina - INAF

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