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In una torre la storia della Sardegna

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Sentinelle costiere, emblema del potere economico e politico, punto di riferimento per i traffici della Corona spagnola, queste costruzioni sono protagoniste di un volume realizzato dall’Istituto di storia dell’Europa mediterranea (Isem) del Consiglio nazionale delle ricerche

La torre, tipologia architettonica antica e assai diffusa nel nostro Paese, assume in Sardegna un particolare interesse che va oltre il dato architettonico. Tali costruzioni sono testimonianza dell’importante ruolo di frontiera del regno all’interno del sistema difensivo attivato dalla Corona di Spagna contro le incursioni turco-barbaresche, soprattutto a partire dalla seconda metà del XVI secolo. A questi monumenti è dedicato il volume Sarrabus: Torri, mare e territorio. La difesa costiera dalle incursioni barbaresche, curato da alcuni ricercatori dell’Istituto di storia dell’europa mediterranea (Isem) del Consiglio nazionale delle ricerche, che verrà presentato venerdì 4 aprile, alle ore 17.00, presso il Comune di Muravera (Cagliari).

“L’interesse verso la torre” spiega Maria Grazia Mele, coautrice del volume, “risiede nell’importanza del territorio che essa controllava e difendeva e, di conseguenza, nella realtà demica ed economica circostante, nella politica di gestione territoriale di quei tempi e, ampliando sempre più lo sguardo, nel vederla inserita in un sistema di torri che si estendeva a tutto il Regno di Sardegna e che conteneva al suo interno diversi subsistemi facenti capo alle città regie”.
Lo studio prende in esame l’area del Sarrabus, situata nella parte orientale della regione che fu, a partire dal 1571, dopo la battaglia di Lepanto e la conquista di La Goletta di Tunisi, una fascia di frontiera tra le più esposte alle incursioni turco – maghrebine, contro le quali le torri fungevano da sistema di difesa statico a integrazione di quello mobile delle flotte di galere.
“Con tempi e modalità differenti, a seconda della situazione mediterranea e delle contingenze”, continua Mele, “tutti i regni costieri della Corona di Spagna - Granada, Murcia, Valencia, Principato di Catalogna, Baleari, Sicilia e Napoli - attivarono un sistema di difesa simile. Ecco quindi che le torri assumono un altro significato e consentono alle attuali regioni costiere del Mediterraneo, dotate di torri, di dialogare fra loro”.
La pubblicazione - una miscellanea composta anche dai contributi di Sebastiana Nocco, Maria Giuseppina Meloni e Giovanni Serreli dell’Isem e di Juan Jesús Bravo Caro dell’Università di Málaga - e il seminario previsto subito dopo la presentazione sono il risultato della collaborazione tra Cnr, il Comune e la Pro Loco di Muravera.
Gli autori hanno esaminato il territorio inteso come realtà geografica oggettiva e ‘percepita’ attraverso lo studio delle carte che denotano il diverso grado di attenzione attribuito dal cartografo e una scelta ben precisa dettata dal tipo di committenza e dal periodo storico nel quale esse sono state realizzate. A tale analisi si affianca l’osservazione della dinamica insediativa medioevale in una serie di villaggi che un tempo popolavano la regione e che progressivamente furono abbandonati. Particolare attenzione è inoltre dedicata alle problematiche sui committenti e su coloro che effettivamente costruirono questi edifici costieri e sulle relazioni fra la Corona e gli Stamenti del regno. Il Sarrabus, infatti, facendo parte del feudo di Quirra, ebbe come interlocutori privilegiati gli eredi della famiglia Carróz, che parteciparono con le loro galere alla difesa mobile delle coste dei regni della Monarchia.
“Il risultato della miscellanea”, conclude Maria Grazie Mele, “è ben lungi dall’essere esaustivo. Gli archivi locali e iberici mostrano, infatti, una ricchezza di fonti documentarie che attende solo di essere studiata mediante una ricerca che sposti continuamente il suo interesse dal locale ad una visione più ampia e viceversa, che porti ad uno studio sistematico e comparato”

CNR

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Di queste 14 solo in Campania. Galletti: “Altro importante risultato di squadra, scendono costi ambientali ed economici inaccettabili per i cittadini”. Sanzione scende in due anni da 39,8 a 16 milioni a semestre. Da 200 iniziali restano 77 siti in infrazione.

Altri 25 siti escono dalla lista delle discariche abusive per le quali l’Italia è condannata a pagare, a seguito della sentenza di condanna della Corte di Giustizia europea del 2 dicembre 2014, una penalità semestrale. Dalle iniziali 200 discariche dichiarate non conformi alle Direttive 77/442 e 91/696, sono oggi rimaste 77 discariche abusive ancora interessate dalla sentenza: dalla prima sanzione semestrale di 39 milioni e 800 mila euro, oggi l’Italia è chiamata a versare, per il quinto semestre successivo alla sentenza, 16 milioni di euro. Lo ha spiegato la Direzione generale Ambiente della Commissione europea, in una lettera indirizzata alle autorità italiane, in replica alla documentazione inviata dal nostro Paese nel giugno scorso con informazioni sullo stato di avanzamento della messa in regola di 33 siti, per otto dei quali resta dunque ancora in vigore la penalità.

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