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Cina: meno fertilizzanti chimici per ridurre l’inquinamento da azoto

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Uno studio pubblicato su PNAS dimostra che la Cina può ridurre l’uso di fertilizzanti chimici senza danni per la produzione agricola

Secondo uno studio pubblicato su 'Proceedings of the National Academy of Sciences' (PNAS) il 16 febbraio scorso, l’inquinamento da azoto in Cina può essere combattuto riducendo l’uso di fertilizzanti chimici nelle campagne senza danneggiare i raccolti.

L’agricoltura cinese si basa sul sistema del doppio raccolto: sullo stesso campo, infatti, si alternano due tipi di coltivazioni (ad esempio mais/granoturco o riso/frumento). Questo metodo ha permesso alla Cina di diventare autosufficiente dal punto di vista alimentare, ma l’uso eccessivo di fertilizzanti chimici rilascia una quantità di azoto maggiore di quella di cui hanno bisogno i raccolti, quindi il resto si diffonde nell’ambiente, causando gravi danni agli ecosistemi e alla salute dei cinesi, tra cui la contaminazione da nitrati delle falde acquifere, le emissioni di gas serra ed altre forme di inquinamento atmosferico. Si calcola che dagli anni 80 ad oggi l’uso dei fertilizzanti chimici nelle campagne cinesi sia quasi quadruplicato, passando da 7 milioni a 26 milioni di tonnellate.

Ju Xiao-Tang, autore dello studio e professore presso la facoltà di agraria dell’università di Beijing, ha messo a confronto le comuni tecniche di fertilizzazione con i metodi più innovativi, testandoli su due delle coltivazioni più intensive della Cina: quella di riso e frumento nella regione di Taihu, nell’est della Cina, e quella di granoturco e mais nella pianura del nord. I risultati mostrano che è possibile ridurre del 30%-60% l’utilizzo medio di fertilizzante per ogni ettaro di terra coltivata - pari a circa 600 Kg all’ettaro - senza diminuire i raccolti.

Il sistema consiste nel riciclare il concime naturale e gli scarti del raccolto, alternando i raccolti tradizionali con leguminose che producono azoto. Le radici delle leguminose, infatti, ospitano un batterio, il Rhizobium leguminosarum , chiamato anche azotofissatore , che “fissa”, ossia trasforma, l’azoto gassoso presente nell’atmosfera in azoto solido, quindi utilizzabile dalle piante. In questo modo – spiegano i ricercatori – si può ridurre notevolmente l’uso di fertilizzanti chimici a base di azoto.

Gli agricoltori cinesi usano una grande quantità di azoto perché temono che senza questa sostanza le coltivazioni non abbiano abbastanza sostanze nutritive. Secondo Xiaotang è essenziale che il governo cinese insegni ai suoi contadini ad evitare la sovrafertilizzazione dei campi e il degrado dell’ambiente. L’utilizzo bilanciato di azoto, fosfati, potassio e micronutrienti – afferma Zhang Shuqing, ricercatore presso l’Accademia Cinese di Scienze Agricole – contribuirà a ridurre l’inquinamento senza diminuire la produzione agricola del Paese.

Link consigliati:
Xiao-Tang Ju et Al. “Reducing environmental risk by improving N management in intensive Chinese agricultural systems”. PNAS 2009 106:3041-3046 (16/02/2009)
La versione integrale della pubblicazione è reperibile al seguente link:
http://www.pnas.org/content/106/9/3041.full.pdf+html?sid=bf8c20d5-8e44-4b17-ad04-2c2c59e5d0b8

Emma Bariosco

 

Flash News


L’essere esclusi dagli altri o addirittura emarginati dalla società può essere un fattore di rischio per lo sviluppo del gioco d’azzardo patologico. Fra le categorie più a rischio anziani, disoccupati e stranieri. Secondo la tesi dei ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, questo avviene perché l’isolamento porta a creare delle relazioni parasociali, cioè che simulano le relazioni fra esseri umani per compensare la mancanza di interazioni con le persone: queste relazioni parasociali possono svilupparsi anche con con oggetti inanimati quali le slot machine, cosa che diventa ancor più probabile nel caso vi si attribuiscano qualità umane, come la volontà di decidere gli esiti di gioco.

È su questi aspetti che si concentra la ricerca sperimentale condotta dal gruppo di ricerca dell’Università di Milano-Bicocca composto da Luca Pancani, Paolo Riva e Simona Sacchi, docenti presso il Dipartimento di Psicologia. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Journal of Gambling Studies con il titolo “Connecting with a Slot Machine: Social Exclusion and Anthropomorphization Increase Gambling” (DOI: 10.1007/s10899-018-9784-9).

Attraverso due studi sperimentali in laboratorio, i ricercatori hanno chiesto ad alcuni partecipanti di giocare con una slot machine on-line, indagando se l’esclusione sociale e l’antropomorfizzazione della slot machine potessero influenzare il numero di giocate in due campioni formati da persone che abitualmente non giocano. In breve è stato mostrato – per la prima volta tramite un’approccio sperimentale – come l’esclusione sociale possa essere considerata un fattore di rischio per lo sviluppo del gioco d’azzardo patologico.

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