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Hezbollah e il confessionalismo libanese

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 Nell'ambito del ciclo di seminari organizzato presso il Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Roma Tre, il 18 aprile si è svolto l'incontro intitolato Hezbollah e il confessionalismo libanese: dinamiche interne e politiche regionali” L'evento, coordinato dalla Professoressa Anna Bozzo, Docente di Storia e Istituzioni dell'Islam, ha visto la partecipazione di Mattia Toaldo, ricercatore della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre. Scopo del seminario era analizzare le peculiarità che contraddistinguono il caso libanese, in una fase storica quanto mai delicata per gli equilibri politici della sponda meridionale del Mar Mediterraneo.Le motivazioni dell'attenzione e della curiosità che il Libano suscita in campo accademico e tra gli analisti internazionali trovano fondamento in diversi elementi. Questo piccolo Paese, con una popolazione di appena 4 milioni di abitanti secondo una stima del 2007 ed una superficie di poco superiore ai 10.000 Km², nell'ultimo mezzo secolo è stato coinvolto per la sua prossimità geografica all'area interessata dalla questione israelo-palestinese in vicende geopolitiche di primo piano. La comunità internazionale in generale e  l'Italia in particolare ha dedicato al Libano speciale attenzione dato che si sono svolte in questo territorio missioni internazionali sotto l'egida delle Nazioni Unite. Tali missioni, UNIFIL 1 e 2 (United Nations Interim Forces in Libanon), sono state compiute nel 1979 e nel 2006 per imporre il cessate il fuoco tra Libano e le forze israeliane. Il nostro Paese ha partecipato ad entrambe con un ruolo da protagonista.Ma la motivazione principale per cui il Libano suscita forte attenzione in questa fase storica è perchè le contestazioni ed i movimenti delle piazze, che fin dall'inizio dell'anno in corso hanno coinvolto pressochè tutti i Paesi del Nord Africa e alcuni di quelli Mediorientali, determinando a seconda dei casi cadute dei regimi, guerre civili o fasi intense di riforme politico-istituzionali, sembrano non interessare, almeno per il momento, la Repubblica libanese.Per capire le motivazioni di tale “anomalia”, rispetto a quanto sta avvenendo nei Paesi vicini, si è resa necessaria un'attenta analisi del “caso libanese” e delle sue peculiarità.  Il Dott. Toaldo nell'ambito del Seminario ha ritenuto dunque indispensabile, al fine di garantire una piena comprensione delle dinamiche libanesi, soffermarsi sulla Storia di questo Paese. Una storia, quella del “Paese dei Cedri”, scandita dalle dinamiche intercorrenti tra le differenti anime etniche e religiose che lo abitano ed in cui i rapporti tra queste stesse anime condizionano, oggi come in passato,  il piano istituzionale e politico sia interno sia esterno.In Libano, in cui oggi sono presenti 17 confessioni,  l'appartenenza religiosa  determina molto spesso quella politica coinvolgendo anche la sfera individuale del cittadino, essendo il diritto civile parzialmente differenziato per ogni gruppo etnico-religioso. Questo elemento e' fondamentale per comprendere  la complessità del caso libanese, Paese che, per la sua matura montuosa in grado di rappresentare un baluardo difensivo, già dal '500, era meta di minoranze religiose dissidenti dell'Impero Ottomano. Cattolici, Ortodossi, Maroniti, Drusi e Musulmani Sciiti e Sunniti fin da allora hanno costituito comunità autonome che hanno cercato, in base al proprio credo, l'appoggio di potenze esterne per determinare gli equilibri di potere interni al Libano. Una strategia riproposta durante l'800 prima sotto il dominio egiziano, durante il quale i Cristiani Maroniti hanno tentato di promuovere alcune rivendicazioni di natura sociale a favore del proprio gruppo, e successivamente con l'intervento degli imperi francese ed inglese,  a sostegno dei Drusi.Con l'instaurazione, avvenuta nel 1861, della Mutasarrifiyya, un sistema che prevedeva l'istituzione di un Consiglio la cui partecipazione era stabilita dall'appartenenza ai differenti gruppi religiosi, il Libano ha beneficiato di un periodo di relativa stabilità politica e sociale. Fase che si è protratta fino alla prima Guerra Mondiale, quando al Libano vennero aggregati territori ad esso confinanti costituendo così il ”Grande Libano”. Ridisegnato  nei suoi confini geografici e  demografici, posto sotto il controllo francese, il Libano ha visto mutare  la precedente condizione di equilibrio tra i gruppi etnico-religiosi, in favore del gruppo numericamente più cospicuo, quello dei musulmani. Lo Stato libanese ha dunque vissuto ancora un periodo di accesa dialettica tra i gruppi religiosi presenti al suo interno, periodo che è culminato nella firma del Patto Nazionale del 1943 siglato tra Maroniti e Sunniti, accordo che ancora oggi rappresenta il modello di riferimento per la ripartizione del potere politico ed istituzionale. Tale Patto regola la partecipazione al Parlamento nazionale dei rappresentanti dei differenti gruppi etnico-religiosi in base ad un rapporto di proporzionalità. Esso inoltre stabilisce l'assegnazione di una delle tre principali cariche dello Stato a ciascuna delle tre confessioni predominanti, in totale ossequio al cosiddetto “confessionalismo manifesto”. Secondo tale accordo la carica di Presidente della Repubblica è garantita ad un appartente al gruppo dei Maroniti, la carica di Primo Ministro ad un Sunnita e quella di Presidente del Parlamento ad uno Sciita. Ma già nel 1948 il Patto Nazionale è entrato in crisi conseguentemente a eventi internazionali. La guerra in Palestina ha determinato l'arrivo in Libano di un numero stimato fino a 400 000 profughi, quasi tutti sunniti, che hanno mutato profondamente, ancora una volta, lo scenario demografico esistente e con esso quello sociale. Una dinamica che Musa Al Sadr ha dimostrato di comprendere pienamente costituendo un movimento politico,  Harakat Al Mahrumin, che poneva l'Islam come principale fattore di identità, come risposta ad una condizione sociale svantaggiata e dunque come strumento di emancipazione.É in questa  fase storica, e non per caso visto l'aumento numerico del gruppo dei fedeli sunniti, che nasce Amal (“Speranza”), una milizia armata sciita, riproponendo un'antica tradizione in Libano in cui ai differenti gruppi etnico-religiosi fanno capo anche gruppi armati. Gruppi che hanno avuto ruoli di protagonisti nei conflitti che si sono susseguiti per tutta la seconda metà del secolo scorso.La guerra civile libanese del 1975 che ha visto fronteggiarsi il “Fronte Revisionista” del Patto Nazionale (Sciiti, Drusi e Palestinesi ossia i gruppi che si trovavano in una condizione svantaggiata) ed il “Fronte Antirevisionista” costituito dai Maroniti, il susseguente intervento siriano, così come gli attacchi israeliani del 1978 e del 1982 per creare delle zone di sicurezza, e la missione Unifil del 1979, hanno dovuto sempre confrontarsi con gruppi etnico-religiosi, ai quali facevano riferimento proprie milizie armate.Religione, politica e armi, questa è Hizbullah. Un'organizzazione nata nel 1985, sostenuta dai Pasdaran iraniani e che si fonda su tre pilastri principali: la fede islamica, la  Jihad, lotta armata non contro gli “infedeli” ma contro Israele, ed il Wilaya Al Faqih, struttura che prevede che il potere sia detenuto dal cosiddetto giurista-teologo esperto di “Sharia” ed autorità politica. Hizbullah propone un Islam dei diseredati, conferendo un peso enorme al wellfare state, in cui è quotidianamente impegnata. Tutto ciò ha garantito all'organizzazione un forte consenso da parte della popolazione libanese. Sono oltre 200 000 gli iscritti all'organizzazione, che per essere ammessi hanno sostenuto 2 anni di preparazione, il primo di cultura politica  e  il secondo di addestramento militare. Un partito di massa con una leadership collegiale, un gruppo di integrazione sociale, una milizia armata consapevole del pluralismo libanese e dunque non mirante ad una teocrazia, Hizbullah oggi, anche grazie all'esplicito sostegno da parte del governo iraniano, possiede una televisione, quattro radio e cinque giornali che gli garantiscono una presa diretta ed un vasto consenso  nella società libanese.Secondo il dott. Toaldo gli elementi che garantirebbero alla Repubblica libanese di attraversare questa fase storica di instabilità politica e sociale nei Paesi ad essa prossimi, con una relativa stabilità e comunque lontana dalle manifestazioni della piazza possono essere individuati nei seguenti: un passato recente condizionato da un forte dinamismo sociale più volte sfociato in fasi violente che ha visto fronteggiarsi i diversi gruppi presenti nel Paese; la forte presenza di Hizbullah che ha determinato una rottura con il sistema confessionale e clientelare, impedendo l'istaurazione di un regime autoritario come invece avvenuto in numerosi altri Paesi dell'Area.  Certo, visti i rapidi ed in alcuni casi inattesi sviluppi che la situazione sul versante meridionale e orientale del Mar Mediterraneo sta avendo, l'utilizzo del condizionale appare d'obbligo.Ciò che, invece, appare certo è che il Libano, piccolo Paese del Medioriente, sarà  ancora, come in passato, un importante crocevia per il destino dell'intera area continuando a rappresentare un elemento di grande interesse per gli analisti internazionali. In particolar modo in futuro sarà interessante riflettere sulla capacità di Hizbullah di saper secolarizzare il proprio movimento rendendolo in grado di raccogliere le istanze non solo islamiche ma di tutto il popolo libanese.Una capacità a cui molti in ambito accademico non credono anche in considerazione dell'intera storia libanese, una storia in cui religione, politica e guerra sembrano incapaci di seguire strade distinte.  Fabrizio Giangrande

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