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Acqua minerale in bottiglia: attenti agli estrogeni

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Acqua minerale in bottiglia: attenti agli estrogeni

Secondo un recente studio condotto da alcuni ricercatori del Dipartimento di Ecotossicologia Acquatica dell'università di Francoforte, l'acqua minerale in bottiglie di plastica contiene xestrogeni, sostanze di sintesi che imitano l'azione degli estrogeni. Responsabili della contaminazione sarebbero le sostanze chimiche con cui sono fabbricati i contenitori di plastica. I risultati della ricerca sono stati pubblicati il 10 marzo scorso sulla rivista Environmental Science and Pollution Research.

Gli scienziati Martin Wagner e Jörg Oehlmann hanno analizzato 20 note marche di acqua minerale che si trovano normalmente nei supermercati tedeschi, 9 in bottiglie di vetro,  9 in bottiglie di plastica (PET) e 2 in contenitori Tetrapak. I campioni d'acqua sono stati sottoposti prima ad analisi in vitro con un metodo chiamato YES (Yeast Estrogen Screen), poi  sono stati sottoposti ad un secondo test in vivo con una conchiglia di acqua dolce, il Potamopyrgus antipodarum [1], che si comporta come “sentinella” poiché è particolarmente sensibile all'azione degli estrogeni, anche se non è ancora chiaro il loro meccanismo d'azione sui gasteropodi.

I ricercatori hanno trovato tracce di xenoestrogeni nel 60% dei campioni esaminati - 12 marche su 20 - equivalenti ad un'attività massima di 75.2 ng/l dell'ormone 17β-estradiolo. L'acqua confezionata in bottiglie di vetro è risultata meno estrogenica di quella in contenitori di plastica (rispettivamente il 33% e il 78% del totale). Anche i campioni di acqua confezionata con materiali misti hanno rivelato alte dosi di xenoestrogeni.  Nel test in vivo, i ricercatori hanno fatto riprodurre circa 100 esemplari di  Potamopyrgus antipodarum in ogni bottiglia d'acqua. Dopo 56 giorni di esposizione, i gasteropodi “allevati” nelle bottiglie di plastica avevano prodotto un numero di embrioni doppio rispetto a quelli conservati nelle bottiglie di vetro. I risultati incrociati di questi due test dimostrerebbe, secondo gli scienziati, che i contenitori di plastica rilasciano evidenti tracce di xenoestrogeni, con effetti potenzialmente dannosi per l'organismo.

Le prime, sistematiche, indagini scientifiche sugli effetti nocivi degli ormoni di sintesi sull'apparato endocrino risalgono al 1996, quando Theo Colborn e Dianne Dumanosky pubblicarono quello che sarebbe presto diventato un bestseller: “Il nostro futuro rubato” [2]. Da allora, gli studi sulle sostanze chimiche potenzialmente dannose per il nostro apparato endocrino (i cosiddetti “distruttori endocrini” o EDT, Endocrine Disrupting Chemicals) si sono moltiplicati, anche se questo tema è ancora oggi molto controverso, dal momento che nelle malattie ormonali sono spesso coinvolti molti fattori. Negli ultimi anni, comunque, sono aumentati gli studi che dimostrano la correlazione fra disordini dell'apparato endocrino ed esposizione agli xenoestrogeni, anche se gli scienziati non sono ancora in grado di chiarirne il meccanismo d'azione.

L'esposizione dell'organismo agli interferenti endocrini può avvenire per inalazione, per contatto (pensiamo ai prodotti usati per l'igiene personale), oppure con l'alimentazione. La contaminazione dei prodotti alimentari è stata trattata con particolare attenzione dalla ricerca scientifica, che ha puntato l'attenzione soprattutto sui processi di lavorazione industriale, dove sempre più spesso trovano impiego sostanze conservanti o coloranti con effetti estrogenici. Meno attenzione, invece, è stata dedicata alla contaminazione del prodotto alimentare attraverso la confezione. Sono molti, infatti, gli additivi utilizzati per migliorare la resistenza dei materiali o mantenerne brillanti i colori: stabilizzatori, antiossidanti, pigmenti. In particolare, gli additivi ricavati dalla plastica, per esempio il bisfenolo, hanno la caratteristica di rilasciare sostanze chimiche nel prodotto alimentare che avvolgono.

Secondo uno studio pubblicato da Hartmann nel 1998, i latticini sono i prodotti alimentari più ricchi di estrogeni steroidei, se si calcola  un consumo quotidiano di circa 80-100 ng di estrogeni al giorno per gli adulti. In base ai risultati ottenuti dai ricercatori tedeschi, i campioni d'acqua minerale analizzati avrebbero un contenuto di estrogeni simile a quello del latte. In una delle marche analizzate, questo contenuto diventa addirittura tre volte superiore a quello del latte. Il consumo di acqua minerale in bottiglia, quindi, comporta un'esposizione agli xenoestrogeni con una potenza ormonale pari a quella degli estrogeni steroidei naturalmente presenti in molti alimenti come la birra e la soia. La differenza sostanziale è che mentre gli ormoni contenuti in questi alimenti sono endogeni, quelli dell'acqua minerale sono rilasciati dalle sostanze chimiche utilizzate per fabbricare le bottiglie di plastica.

Secondo gli scienziati tedeschi, è possibile ipotizzare tre cause principali di contaminazione dell'acqua minerale. Gli xenoestrogeni potrebbero essere già presenti nell'acqua di sorgente. Nei casi analizzati da Wagner e Oehlmann, però, non sembrano esserci prove di una estrogenicità intrinseca. Queste sostanze chimiche potrebbero anche derivare da contaminazioni delle falde idriche con estrogeni di sintesi, come il 17alfa-estradiolo o altri prodotti farmaceutici, ma non ci sono prove che supportano questa teoria. Una seconda spiegazione è che la contaminazione avvenga durante i processi industriali, dove è frequente l'uso di estrogeni di sintesi (ftalati, oli essenziali, disinfettanti, etc.), indipendentemente dalla confezione utilizzata. Gli esperimenti condotti dai ricercatori di Francoforte sembrano dimostrare, invece, che la maggior parte degli estrogeni contenuti nelle acque minerali analizzate provenga proprio dalla confezione. Lo confermerebbe anche il fatto che di 4 acque provenienti dalla stessa sorgente ma imbottigliate in confezioni diverse (vetro e plastica), quelle in bottiglie di plastica contengono una quantità di xenoestrogeni nettamente superiore alle altre.

Note:

[1]  il Potamopyrgus antipodarum (Gray, 1843) è una conchiglia di acqua dolce originaria della Nuova Zelanda, che si è insediata in Europa alla fine dell'800, diventando in molte zone una specie endemica. Questo gasteropode, che è apparso in Italia nel 1961, ha forti qualità adattive ed è in grado di riprodursi anche per partenogenesi.
[2] Colborn, T., Dumanosky, D., Myers JP(1996), “Our stolen future: are we threatening our fertility, intelligence and survival? A scientific detective story”. Dutton, New York
http://www.ourstolenfuture.org/aboutOSF.htm


Link consigliati:

Wagner, Martin e Oehlmann, Jorg, “Endocrine disruptors in bottled mineral water: total estrogenic burden and migration from plastic bottles”
Journal Environmental Science and Pollution Research (10/03/2009)

Potete scaricare la versione integrale dello studio (in inglese) al seguente link:
http://www.springerlink.com/content/515wg76276q18115/fulltext.pdf

Scienzeonline (4 marzo 2009)
Veronica Rocco, “Scoperti due nuovi xenoestrogeni negli additivi per alimenti”
http://www.scienzeonline.com/index.php?option=com_content&task=view&id=430&Itemid=55

Alessio Amadasi, Andrea Mozzarelli, Clara Meda, Adriana Maggi and Pietro Cozzini
Identification of Xenoestrogens in Food Additives by an Integrated in Silico and in Vitro Approach
http://pubs.acs.org/stoken/presspac/presspac/full/10.1021/tx800048m

Le Scienze Web News
Francesco Palermo, “Distruttori endocrini”
http://www.lswn.it/biologia/articoli/distruttori_endocrini


Veronica Rocco

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Il Segretario Generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Carla Di Francesco, rende noto che, in seguito a una riunione con l’Ufficio Legislativo e l’Ufficio Unesco del MiBACT, la Direzione Generale per l’archeologica le belle arti e il paesaggio, la Soprintendenza Speciale archeologia belle arti e paesaggio di Roma e i rappresentanti locali e nazionali dell’associazione Italia Nostra, verrà avviata l’istruttoria per l’apposizione di una serie di vincoli paesaggistici a salvaguardia dei valori urbani e storici delle testimonianze urbanistiche post unitarie e dei primi decenni del XX secolo presenti a Roma, riguardanti in particolare i villini del Novecento nei quartieri più esposti al rischio di manomissione.

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