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Disegni smisurati del ’900 Italiano

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 Una trentina di cartoni di maestri del ’900 italiano mostrano l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso

Villa Torlonia, Casino dei Principi 24 novembre 2017 - 18 marzo 2018

 

Smisurato rispetto agli schizzi, agli studi preparatori, ai bozzetti, il cartone, è un disegno grande quanto l’opera o la parte di opera che l’artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l’opera sia portata a termine dall’artista stesso o dalle maestranze specializzate che devono materialmente compierla. Non deve stupire dunque che nel primo ’900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l’ispirazione dell’artista, già spesa in studi più piccoli, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro. Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma è reso fragile dal tempo come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la reverenza con cui esso va trattato e mostrato.

La mostra Disegni smisurati del ’900 Italiano, al Casino dei Principi di Villa Torlonia dal 24 novembre 2017 al 18 marzo 2018 – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali Zètema Progetto Cultura – espone una ventina di cartoni di maestri del ’900 italiano che i curatori, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, direttrice della Galleria del Laocoonte di Roma, hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell’arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di “disegni smisurati” per dimostrare l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso. Del dannunziano Adolfo De Carolis si espone il grande foglio preparatorio del dipinto Primavera (1903). Due maestosi cartoni per gli affreschi dello scalone del palazzo dell’INA a Roma – ora proprietà dell’Ambasciata Americana – sono opera del quasi dimenticato Giulio Bargellini (Firenze 1875 - Roma 1936), frescante instancabile di terme, banche e ministeri. Di Achille Funi (Ferrara 1890 – Appiano Gentile, Como 1972), formidabile frescante, ma anche restauratore in chiave moderna dell’arte di Giotto e Piero della Francesca, si mostrano qui due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S. Giorgio per la chiesa omonima a Milano, Didone e sua sorella per la sala dell’Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri per il Municipio di Bergamo e infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello per la chiesa di San Francesco a Tripoli, in cui ha raffigurato la propria allieva e amante Felicita Frei. Di Gino Severini è una Madonna con Bambino per la Cattedrale di Losanna. Publio Morbiducci (1889-1963), l’autore del Monumento al Bersagliere a Porta Pia, è l’autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell’antichità classica sono commiste con quelle moderne dell’ultima guerra. Infine di Ottone Rosai è un Giovinetto Crocifisso sospeso quasi a grandezza naturale su un vasto foglio, in cui il rovello del disegno si traduce in un’apparenza espressionista di grande pathos, dove la sua tormentata omosessualità eleva il proprio oggetto d’amore a sofferente divinità. Un altro nucleo di cartoni colorati a pastello, opera di Pietro Gaudenzi (Genova 1880 - Anticoli Corrado 1955) costituiscono una mostra nella mostra, illustrando, assieme a bozzetti e foto d’epoca, un intero ciclo di affreschi, eseguiti in due sale del Castello dei Cavalieri di Rodi nell’estate del 1938, oggi completamente perduti. Esposti al Museo di Anticoli Corrado nel 2014, proprio dove furono eseguiti dall’artista, e nel 2015 alla Mostra “Piero della Francesca. Indagine su un mito” ai Musei di San Domenico a Forlì, dove apparvero come una rivelazione, i cartoni sono esposti per la prima volta in uno spazio pubblico a Roma assieme ai bozzetti, a un dipinto preparatorio de Lo Sposalizio e a un ritrovato inedito ritratto monumentale a olio di Cesare Maria De Vecchi, il quadrunviro che fu ultimo Governatore civile di Rodi, ispiratore e committente del restauro del Castello e delle pitture che Gaudenzi vi eseguì. I cartoni, straordinari per delicatezza di tocco, rappresentano scene di genere o figure femminili ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando gli studi e le figure per la “Sala del Pane”, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, il premio Cremona nel 1940 – sembrano, nella fissità delle loro consuetudini millenarie e immutabili, lontane all’enfasi trionfalistica del regime. In mostra anche un bozzetto a olio, ciò che resta di un grande quadro in cui era rappresentato Lo Sposalizio, un banchetto di nozze umile e severo trasfigurato in cenacolo sacro che rappresenta le nozze dell’artista con la modella anticolana Candida Toppi, che l’epidemia di spagnola portò via nel 1918. Appena in tempo per metterla in posa, per il grande quadro, due metri e mezzo per sette, che costò lunghi anni di lavoro e fu esposto alla Biennale di Venezia del 1932 e oggi è smarrito. Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. È la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere. Il progetto delle pitture nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l’incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943, vetrina turistica e paragone d’eccellenza architettonica e urbanistica. Nel 1936 Mussolini nominò Governatore di Rodi Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884 - Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia. Il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi. Costruito dall’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l’isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall’esplosione accidentale di una polveriera e adattato a carcere. De Vecchi volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello “nuovo”, quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica. L’ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d’allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici della vicina isola di Coo. L’effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l’isola fino al ’47 lo descrissero come “a fascist Folly”, e oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi.

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