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la medicina legale scende in campo per salvare gli animali

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CSI, scena del crimine: quando la medicina legale scende in campo per salvare gli animali

Le tecniche investigative della polizia scientifica, portate alla ribalta dal piccolo schermo nel serial TV “CSI: scena del crimine” hanno dimostrato di essere efficaci anche quando le vittime dei crimini non sono gli uomini, bensì gli animali. Ce lo svela un interessante articolo firmato da Emily Sohn e apparso su Science News  alcune settimane fa.

Negli ultimi anni, infatti, le tecniche di investigazione basate sull’analisi del DNA si sono rivelate particolarmente utili nella lotta contro l’importazione illegale di animali esotici. Per molti di questi clandestini con la coda e le ali, spesso il destino è già segnato. Impossibile reintrodurli nei loro habitat originali perché, prima ancora di “prendere il volo” per destinazioni lontane, hanno subito mutilazioni tali che non sarebbero più in grado di adattarsi ad un regime di libertà (la deungulazione e la tarpatura delle ali sono tra le pratiche più diffuse).

Si calcola che il giro d’affari mondiale del traffico illegale di specie protette sia inferiore solo al traffico di armi e a quello di droga. I trafficanti di fauna esotica si arricchiscono vendendo non solo coccodrilli, tartarughe, esemplari rari e pregiati di pappagalli o cavallucci di mare, ma anche prodotti derivati da questi animali, come pillole, cerotti e polverine a base di osso di tigre o bile di orso, molto rinomati nella farmacopea orientale ma assolutamente vietati da noi. In molti casi gli investigatori si trovano di fronte a “pezzi” di cui è praticamente impossibile stabilire l’origine. Un aiuto oggi viene dalla scienza, o meglio, dai laboratori di medicina legale, dove l’analisi del DNA può fornire informazioni preziose sull’identità e sull’origine degli animali importati clandestinamente; gli esemplari che vivono nello stesso habitat, infatti, tendono ad avere una maggiore quantità di DNA in comune rispetto a quelli che vivono in un’altra zona.

Uno dei traffici che rende di più è sicuramente quello dell’avorio. Negli ultimi anni, nonostante il bando internazionale emanato nel 1989, il prezzo dell’avorio sul mercato nero è quadruplicato, arrivando a quasi mille dollari al Kg. La difficoltà maggiore per gli investigatori è, come sempre, quella di risalire al Paese d’origine dell’animale ucciso, poiché il traffico segue strade spesso tortuose: i mercanti raccolgono “pezzi” provenienti da aree geografiche distanti fra loro e li spediscono dall’altra parte del mondo. Samuel Wasser, direttore del centro di biologia della conservazione dell’università di Washington , ha passato gli ultimi otto anni a catalogare campioni di sterco di elefante provenienti da 28 regioni di 16 Paesi africani, ne ha analizzato il DNA e ha ricostruito una mappa genetica degli elefanti esistenti. Lo scopo è quello di confrontare questo materiale genetico con quello contenuto nell’avorio sequestrato. Per poterlo fare bisogna spaccare le zanne, poiché il DNA si trova solo all’interno dell’osso. Frantumare l’osso significa distruggere anche il DNA. Wasser, però, ha trovato il modo di estrarlo dall’avorio usando nitrogeno liquido a bassissime temperature, ossia congelandolo. Con l’ausilio di campi magnetici, ha quindi polverizzato l’osso senza intaccarne il corredo genetico. Grazie a questa tecnica, è riuscito a scoprire la zona di origine di uno dei più grossi carichi di avorio che siano mai stati scoperti: il materiale arrivava tutto da una piccola regione dello Zambia.

L’utilizzo di tecniche investigative proprie della medicina legale ha permesso negli ultimi anni di sferrare un duro colpo anche al commercio di pinne di squalo, che, secondo una stima recente, distrugge ogni anno 40 milioni di esemplari. Il contributo, in questo caso, arriva da un genetista, Mahmood Shivji, del Centro Oceanografico di Dania Beach, Stati Uniti. Negli oceani, fa sapere Shivji, esistono oltre 40 varietà di squalo, molte delle quali vengono pescate e uccise non tanto per la loro carne, quanto per le pregiate pinne, considerate una prelibatezza gastronomica. Come per gli elefanti, anche in questo caso è difficile sapere a quali specie appartengono le pinne perché i pescatori sono soliti strapparle via gettando in mare lo squalo e abbandonandolo ad una lenta agonia. Shivji ha analizzato il DNA di oltre 70 specie di squalo e ha scoperto, con una serie di test incrociati, che il corredo genetico di questi animali si differenzia leggermente non solo tra specie diverse, ma anche tra diversi esemplari della stessa specie. Combinando insieme i risultati dei vari test, il genetista è riuscito a stabilire la specie di appartenenza e il luogo esatto di provenienza delle pinne importate illegalmente, per esempio l’Atlantico nord-occidentale, l’Australia o il Sud Africa. Il vantaggio di questa tecnica, spiega Shivji, è la rapidità e la precisione dei risultati.

Veronica Rocco