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Il 3 marzo è il World Wildlife Day

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Clima, bracconaggio, traffico illegale, distruzione habitat. Queste le minacce per tigri, leoni, leopardi delle nevi, giaguari, linci e gatti selvatici

Sabato 3 marzo l’ONU celebra la Giornata mondiale della fauna selvatica, di cui il WWF è partner internazionale, e l'emergenza lanciata per questa edizione è la conservazione dei grandi felini. Tigri, leoni, linci, giaguari, leopardi delle nevi, gatti selvatici: sono circa 40 le specie di felini che popolano quasi tutti i continenti, ma alcuni più di altri sono gravemente in pericolo. Questi animali sono più di un semplice “bel musetto”: sono predatori al vertice delle catene alimentari e salvarli significa proteggere un'intera e complessa rete vitale. Per spiegare come la tutela dei grandi felini possa allo stesso tempo garantire risorse essenziali per le persone che ne condividono il territorio, un esempio vale per tutti: l’habitat del leopardo delle nevi, un felino asiatico abituato agli ambienti estremi dell'Asia, è lo stesso da cui nascono i 7 più grandi fiumi asiatici che garantiscono la sussistenza di oltre 3 miliardi di persone. La sua salvezza è strettamente legata anche alla conservazione di quei territori estremi. Stesso valore ‘natura’ anche per la tigre, del tutto sconosciuto: come benefici alle comunità locali, sicurezza idrica e molto altro, una sola tigre in India è ‘responsabile’ di un benefit di oltre 103 milioni di dollari nei suoi primi 10 anni di vita, che includono anche introiti dei parchi per ingressi, alloggio, tasse e servizi. Una tigre può “impiegare” in modo efficace oltre 3.000 persone locali calcolando gli operatori coinvolti nel turismo sostenibile. Il WWF ha scelto questa specie come simbolo del rischio felini soprattutto legato all’impatto dei cambiamenti climatici.

Le minacce per i grandi felini sono distribuite sul pianeta a ‘macchia di leopardo’: la distruzione degli habitat, il conflitto tra popolazioni e animali selvatici e il bracconaggio stanno provocando veri e propri crolli di intere popolazioni di queste meravigliose creature e spesso il pericolo  si presenta in modo  impensabile. Il WWF ha elencato 7 situazioni (di cui 2 in Italia) più gravi su cui è urgentissimo intervenire.
Uccisi per vendetta, leopardi delle nevi in pericolo. Oltre ai cambiamenti climatici, che stanno riducendo l'habitat di questo grande felino asiatico, molti allevatori si vendicano della perdita del loro bestiame uccidendo centinaia di esemplari di leopardo (Panthera uncia). Oggi presente con poco più di 2.500 adulti riproduttivi in 12 paesi diversi dell'Asia centrale e meridionale, il leopardo delle nevi ha visto sempre più ridotti i suoi spazi vitali, a causa dell'espansione della popolazione umana e del bestiame, oltre a nuovi insediamenti, strade e miniere, un circolo vizioso in cui diminuiscono le prede naturali e il leopardo diventa il capro espiatorio per le popolazioni locali che vedono colpiti i propri allevamenti. I cambiamenti climatici acerbano tutto questo: la specie infatti vive nei territori marginali dei ghiacciai e lo studio del comportamento ha rilevato come i leopardi siano particolarmente sensibili ai mutamenti repentini sul territorio, un vero proprio 'termometro' vivente delle aree estreme in rapido cambiamento per effetto del clima.  
Non solo armi da fuoco, in Asia ne uccidono di più i cavi delle bici.
Fili e cavi come quelli usati nelle biciclette vengono nascosti tra il fogliame sotto forma di lacci mortali: è questa una piaga che sta dilagando in Asia e che colpisce in particolare i grandi felini. Nelle pianure orientali della Cambogia la media è di 4 trappole per km quadrato. Uno dei patrimoni mondiali UNESCO, “La foresta pluviale tropicale di Sumatra”, conserva ancora una preziosa concentrazione di specie, l'unico posto sulla Terra dove condividono lo stesso habitat tigri, oranghi, elefanti e rinoceronti: si stima che le micidiali trappole tra il 2006 e il 2014 siano raddoppiate. La morte può essere molto lenta e per felini che riescono a liberarsi, spesso lacerando le loro zampe intrappolate, il destino è segnato poiché diventano incapaci di cacciare. Secondo i dati del WWF, i rangers che sorvegliano gli habitat delle tigri raccolgono ogni anno centinaia di migliaia di trappole mortali dalle aree protette dell'Asia e questa è probabilmente solo la punta dell'iceberg.
Tigri di allevamento, come camuffare il commercio illegale. Oggi si stima che siano rimaste appena 3.900 tigri (Panthera tigris) in natura in tutta l'Asia, in un territorio vastissimo, dai paesaggi innevati della Russia alle giungle tropicali dell'Indonesia. Più del doppio invece, almeno 8.000, sono le tigri segregate negli allevamenti di Cina, Thailandia, Laos e Vietnam. Può sembrare una buona notizia, ma questi allevamenti possono apparire come attrazioni turistiche per poi nascondere il vero scopo, ovvero, il commercio delle varie parti del corpo dell'animale. Ogni parte della tigre, dai baffi alla coda, è ancora molto richiesta per prodotti medicinali o status symbol e spesso questi vengono commerciati illegalmente: per questo la pratica dell'allevamento provoca gravi conseguenze per la popolazione selvatica che sopravvive in natura, dato che continua ad alimentare la domanda di prodotti di tigre.
Leoni in carne e… ossa scambiati per prodotti di tigre. La rarità della tigre in natura rende sempre più difficile soddisfare la domanda incessante di prodotti illegali derivati da questa specie: recentemente si è scoperto che le ossa del leone (Panthera leo) vengono usate come surrogato, data la somiglianza nella densità ossea delle due specie. Oltre ad alimentare la domanda di prodotti selvatici illegali, questa escalation del mercato sta creando un'ulteriore minaccia per i leoni, una specie che ha visto i numeri crollare di oltre il 40 per cento nelle ultime tre generazioni a causa della perdita di habitat e dei conflitti con le popolazioni locali.
Il 'nemico' del giaguaro: allevamenti di bestiame minacciano il più grande felino d’America. Il giaguaro (Panthera onca), il felino più grande del continente americano, attualmente vive in meno della metà del suo habitat storico, sebbene il suo carattere elusivo ne renda difficile una stima accurata. La distruzione dei suoi territori, dovuta alla bonifica di terreni per far spazio a grandi allevamenti di bestiame e piantagioni industriali di soia, canna da zucchero e  palma da olio, è una grave minaccia per la sopravvivenza della specie, insieme alla crescente domanda di ossa e altri prodotti.
I felini di casa nostra: linci e gatti selvatici. Chi li ha visti? Forse vivono ancora meno di 10 esemplari di lince (Lynx lynx) in tutta Italia, provenienti in gran parte dalle più abbondanti popolazioni slovena e svizzera: un numero davvero esiguo per una specie così importante negli equilibri dei territori naturali. Mentre la cugina spagnola (Lynx pardinus) dopo aver rischiato l'estinzione sta finalmente dando segni di ripresa, nel nostro paese la mancanza di corridoi naturali, la frammentazione del territorio e le trappole sono un rischio concreto per un animale tanto elusivo quanto affascinante. Una specie tutta da studiare e proteggere. Un altro felino altrettanto elusivo è il gatto selvatico (Felis silvestris): per questo animale, sebbene più comune della lince, mancano ancora censimenti esaustivi. La tecnologia però può aiutare, come l'utilizzo di fototrappole e di campionamenti genetici per verificarne la presenza.
Nei territori in cui opera il WWF sostiene le comunità locali per sviluppare soluzioni “a prova di predatore”, incoraggiando la creazione di aree da destinare alle specie naturali dei felini  e garantendo rimborsi in grado di compensare la perdita di bestiame. Questo approccio sta dando alcuni risultati positivi sia per le persone che per la fauna selvatica. Restano ancora grandi sfide nel proteggere i grandi felini del nostro pianeta, ma la ricerca dimostra che gli sforzi di conservazione stanno funzionando. Nel 2016, abbiamo celebrato un aumento del numero di tigri in diverse porzioni del suo areale, per la prima volta nella storia della conservazione. Invece questa settimana tutti gli stati che 'ospitano' il giaguaro si incontreranno per la prima volta presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York, uniti per impegnarsi a proteggere il futuro della specie.

Flash News

Nella mappa tra gli hot-spots più colpiti ci sono Amazzonia, le savane boschive di  Miombo nell'Africa meridionale, l’Australia sudoccidentale e il Mediterraneo

Mancano 10 giorni dall’evento globale su clima e ambiente - Earth Hour

Se le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare senza controllo, il mondo è destinato a perdere almeno la metà  delle specie animali e vegetali oggi custodite nelle aree più ricche di biodiversità. A fine secolo potremmo assistere ad estinzioni locali in alcuni paradisi come l’Amazzonia, le isole Galapagos e il Mediterraneo. Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. È uno dei risultati più allarmanti del nuovo studio pubblicato oggi sulla rivista Climatic Change e realizzato da esperti dell’Università dell'East Anglia, della James Cook University e dal WWF.
Pubblicata a pochi giorni dall’evento globale Earth Hour, il più grande movimento globale per l'ambiente in programma il prossimo 24 marzo, la ricerca ha esaminato l'impatto dei cambiamenti climatici su circa 80.000 specie di piante e animali in 35 delle aree tra le più ricche di biodiversità sul pianeta. La ricerca esplora gli effetti sulla biodiversità alla luce di diversi scenari di cambiamento climatico - dall’ipotesi più pessimista con assenza di tagli alle emissioni e conseguente aumento delle temperature medie globali fino 4.5° C, a quella di un aumento di 2 °C, il limite indicato dall’Accordo di Parigi. Le aree sono state scelte in base all’unicità e varietà di piante e animali presenti. Le savane boschive  a Miombo in Africa, dove vivono ancora  i licaoni, l’Australia sudoccidentale e la Guyana amazzonica si prospettano essere tra quelle più colpite.
In queste aree gli effetti di un aumento di 4.5 °C creerebbe un clima insostenibile per molte specie che oggi vivono in questi paradisi naturali, ovvero:
- Fino al 90% degli anfibi, l’86% degli uccelli e l'80% dei mammiferi si potrebbero estinguere localmente nelle foreste a Miombo, in Africa meridionale
- L’Amazzonia potrebbe perdere il 69% delle sue specie vegetali
- Nell’ Australia sudoccidentale l'89% degli anfibi potrebbe estinguersi localmente
- Nel  Madagascar il 60% di tutte le specie sarebbe a rischio di estinzione locale
- Le boscaglie  del  fynbos nella regione del Capo Occidentale in Sud Africa, che stanno vivendo una fortissima siccità con carenze idriche significative verificatesi anche a  Città del Capo, potrebbero affrontare estinzioni locali di un terzo delle specie presenti, molte delle quali sono uniche di quella regione
Mediterraneo bollente. Il Mediterraneo è tra le Aree Prioritarie per la biodiversità più esposte ai cambiamenti climatici, in cui basterebbe un cambiamento climatico “moderato” per rendere vulnerabile la biodiversità: anche se l'aumento delle temperature si limitasse a 2 °C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante ed animali sarebbe a rischio. Continuando con gli attuali andamenti , senza cioè una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine (si tratta di tre specie, la più diffusa è la Caretta caretta) e i cetacei, presenti in Mediterraneo con 8 specie stabili e altre 13 presenti occasionalmente, tutti in sofferenza già per altri tipi di impatto antropogenici. L’innalzamento delle temperature probabilmente supererà la variabilità naturale del passato, rendendo questa zona del pianeta un hotspot dell’impatto climatico. Dovremo aspettarci periodi di siccità in tutte le stagioni, con potenziali stress da calore per gli ecosistemi e le specie  più sensibili, come le testuggini d'acqua dolce, o gli storioni: Questi ultimi sono minacciati sia per il cambiamento del regime di salinità, sia per la riduzione dell'areale idoneo, combinazione drammatica per specie già fortemente indebolite dalla pesca illegale.
Oltre a ciò, l'aumento delle temperature medie e l’irregolarità delle precipitazioni potrebbe diventare la nuova “normalità”, secondo il rapporto, con una significativa riduzione delle precipitazioni nel Mediterraneo, in Madagascar e nel Cerrado-Pantanal in Argentina.

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